Devi baciare un sacco di rane prima di trovare il tuo principe, soprattutto quando si tratta di innovazione. È forse anche per questo che da anni, in tutte le economie europee più avanzate si sono sviluppate strutture e network dedicati per supportare le aziende nei processi di ricerca e valutazione di collaborazioni e partner con competenze complementari, che si tratti di ricercatori esterni, startup o altre imprese.

L’ultimo nato, sette anni fa, è il sistema dei Catapult britannici, mentre i 61 Fraunhofer Institut sono da quasi 70 anni il fiore all’occhiello di Berlino, la Francia ha lanciato nel 2006 i suoi 38 centri Carnot, i Paesi Bassi hanno dal 1932 sette Organizzazioni per la ricerca (Tno) e la Finlandia dal 1946 concentra tutto in un’unico grande agenzia, la VTT, alla quale ha aggiunto sei centri Shok-Tekes più specializzati.

Molti di questi sono dichiaratamente i modelli ispiratori dei Competence centers per il quale il Mise lancerà un bando entro fine luglio. “L’idea al centro del programma Catapult è di implementare a livello locale un’unica strategia nazionale declinandola in quella che chiamiamo ‘place based innovation’, un’innovazione legata alle aziende esistenti –  spiega Irene Lopez de Vallejo, direttrice della ricerca collaborativa e dello sviluppo internazionale di Digital Catapult,  il nodo dedicato alla trasformazione digitale parte di una rete di 11 centri che spaziano dalla terapia genica ai nuovi materiali, energia,  sistemi di trasporto e medicina di precisione – Tutti i centri sono organizzazioni senza fini di lucro e quindi obbligati a reinvestire i propri profitti. Inoltre, dobbiamo sostenerci con la regola di un budget composto di tre terzi: uno di fondi pubblici, sottoposti a una severa valutazione periodica che ha anche portato alla chiusura di programmi; uno per il quale dobbiamo assicurarci risorse concorrendo in programmi come Horizon 2020 e uno proveniente da progetti con le imprese”.

Un esempio dei programmi di maggiore successo di Digital Catapult sono i Pitstops, un percorso di open innovation molto focalizzato disegnato apposta per accelerare lo sviluppo di nuove idee mettendo in rete grandi aziende con esperti e startup altamente innovative in incontri fisici di un paio di giorni. Un esempio è il caso della multinazionale francese dell’aereonautica Thales che doveva valutare l’apertura di un’unità dedicata ai droni per l’agricoltura e, dopo un Pit Stop, ha invece deciso di avviare un accordo con una start-up. In questo modo l’azienda ha risparmiato e la start-up ha trovato un cliente che la fa crescere.

A contattare Digital Catapult sono spesso anche aziende straniere che vogliono attingere a competenze di punta presenti in Gran Bretagna o in altri paesi europei. “Dietro a ogni Pitstop c’è una preparazione di circa quattro mesi – spiega Lopez de Vallejo – i primi due per mappare le esigenze dell’azienda e organizzare il percorso, i due successivi per raccogliere adesioni tra startupper ed esperti. Tra queste scegliamo quelle che sono più adeguate e che faranno un pitch all’azienda. Noi partiamo da una posizione tecnologicamente neutrale e siamo molto trasparenti con le startup sulle condizioni di ingaggio in questo esercizio”.  Il lavoro non è quindi quello di un acceleratore o di un incubatore di impresa, ma di un centro per la ricerca applicata in grado di affiancare le imprese con competenze e metodologie che non sono disponibili in-house. “I Pit Stop funzionano molto bene con le aziende medio-grandi, ma coltiviamo anche l’ecosistema delle Pmi – spiega Lopez de Vallejo – con programmi di mentoring come Augmentor  per le startup attive nelle tecnologie immersive e Cyber 101 per le piccole e medie aziende che lavorano sul fronte della cybersicurezza”.