“Non possiamo proseguire come se nulla fosse, a meno che non si voglia arrivare a un pianeta letteralmente coperto della plastica”. A parlare è Roland Geyer, professore di scienze e gestione ambientale alla University of California, Santa Barbara. E lo fa a ragion veduta, visto che è uno degli autori di uno studio che fa i conti in tasca alla plastica in tutto il mondo, in tutte le sue forme, comprese le fibre sintetiche. La prima a così ampio spettro, che fornisce numeri impressionanti: dagli anni ’50, quando è iniziata la produzione su ampiai scala dei materiali sintetici sono stati prodotti più di 8 miliardi di tonnellate di plastica. Per avere un’idea si tratta di un peso equivalente a 25mila volte quello dell’Empire State Building, 822mila volte la Teorre Eiffel, 80 milioni di balene o un miliardo di elefanti. Per avere un’ide del volume si tratta di una massa in grado di seppellire Manhattan sotto oltre due miglia di rifiuti.

In coincidenza con la grande espansione demografica e dei consumi degli anni 50, anche la plastica è decollata: allotra la produzione annuale era pari a due milioni di tonnellate, nel 2015 si è arrivati a 400 milioni, un ritmo che supera qualsiasi altro materiale, escludendo il cemento e l’acciaio. Con una differenza che questi ultimi materiali sono per la gran maggioranza utilizzati per le costruzioni, con utilizzi di lunga durata, mentre il principale uso della plastica è il packaging, con il risultato che metà della plastica prodotta finisce al sua vita entro quattro anni.

E il ritmo di produzione non segna cenni di rallentamento: più o meno metà degli 8,3 miliardi totali è stata prodotta negli ultimi 13 anni. Nel 2015 sono stati prodotti 448 milioni di tonnellate, più del doppio dl volemu del 1998. Se non viene modificato il modello di consumo per il 2050 lo studio stima che nel 2050 si arrivi a uno stock totale di 34 miliardi plastica prodotta. La fabbrica più grossa di materialòe plastica è stabilmente la Cina, seguita dall’Europa e dal Nord America.

Ma non è solo un problema di volumi, ma anche di contenuti: “La ricerca presenta dati non solo sulla produzione della plastica – ha spèiegato Geyer – ma anche sulla sua composizione, nonché sulla quantità e sul tipo di additivi in essa contenuti: spero che queste informazioni siano utilizzate dai policymaker per miglioare le strategie di gestione del fine vita per la plastica”. Si, perché il problema è che la gran maggioranza della plastica prodotta finisce in discarica: dei 6,3 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici il 79% fa questa fine, mentre il 12% viene bruciato e solo il 9% è stato riciclato. E’ chairo che il grado praticamente nullo di biodegradabilità della plastica è evidente che questa enorma massa di rifiuti messi sotto terra rappresenta un regalo non certo piacevole per le future generazioni.

I ricercatori si sono affrettati a mettere in chiaro che i dati non vogliono essere un atto d’accusa nei confronti dei produttori di plastica, che si limitano a rispondere aun bisogno per il quale al momento non si sono trovati materiali migliori. Ma è chiaro che se da una parte l’invito è a migliorare le modalità di raccolta e di recupero a fine vita della plastica, dall’altra la ricerca può contribuire in maniera decisiva trovare materiali che siano biodegradabili andando a ridurre in maniera significativa la quantità di plastica sottoposta a smaltimento.

Due anni fa lo stesso team della University of California aveva misurato la quantità di rifiuti plastici che finiva negli oceani. Allora avevano stimato che dei 275 milioni di tonnellate prodotti nel 2010 circa otto milioni erano finiti in acqua. Allora erano partiti dai dati dei rifiuti prodotti, oggi hanno rifatto la stima partendo dai dati di produzione. Ma la quantità rimane più o meno la stessa.