Un paio di anni fa, a chi gli chiese durante una conferenza quanto fossero divertenti i suoi “MirrorMoon EP” e “FOTONICA”, rispose: «Nessuno ha comandato che i videogiochi debbano divertire per forza».

Con la stessa filosofia di allora Pietro Righi Riva, metà del game studio Santa Ragione, oggi cura “Triennale Design Game Collection”, una raccolta di videogame sperimentali presentata dal museo milanese nell’ambito della XXI Esposizione Internazionale.

Significa che i 5 progetti scelti da Righi Riva e realizzati da alcuni fra i più coraggiosi sviluppatori indipendenti internazionali annoino a morte? Tutt’altro; piuttosto che i loro approcci alla narrazione, all’esplorazione, o al gameplay puntano a essere autonomi e peculiari. A volte anche a forzare i confini del mezzo così come convenzionalmente percepiti, per diventare un esperimento con l’interattività di ognuno degli autori coinvolti.

Tanto che anche “Triennale Design Game Collection” ha una formula non così consueta per l’istituzione milanese: nella realtà non esiste. È uno spazio virtuale progettato dai Santa Ragione e per giocarne i titoli occorre scaricare la app omonima da App Store o Google Play.

È gratuita, nella prima settimana ha fatto registrare 150mila download e fino al 14 luglio si arricchirà di un gioco nuovo ogni giovedì.

A inaugurarla, lo scorso 16 giugno, è stato “Il filo conduttore” degli svizzeri Mario von Rickenbach e Christian Etter, la storia di un cordino penzolante su una manciata di oggetti. Al giocatore non è concessa alcuna informazione, a parte qualche nota di chitarra composta da David Kamp. È una sorta di avventura grafica senza avventura. Ogni schermata però attribuisce alle interazioni a tocco conseguenze diverse e impone all’utente di scoprire come passare al “livello” successivo, trasformando il gioco in una sorta di relaxing game in cui far vagare, e lavorare, la mente.

Anche più interessante è “L.O.C.K.”, esplorazione nella cosmologia pre-galileiana firmata dai Tale of Tales, un viaggio – grafico – in un Universo concepito come geocentrico.

Al secolo Auriea Harvey e Michaël Samyn, i belgi Tale of Tales sono noti per titoli dalla forte impronta autoriale, come il più celebre “Luxuria Superbia”, capace di trattare in maniera originale l’unico vero tabu dell’industria: il sesso. Ma anche per le critiche a una concezione troppo statica del videogame – fece un certo scalpore, qualche mese fa, il loro abbandono del mercato.

In “L.O.C.K”, è sufficiente far ruotare, significativamente in senso antiorario, la rappresentazione del cosmo, per ripercorrerne l’antica concezione in un caleidoscopio di forme e colori.

È uno schema semplice capace di animare riflessioni e meccanismi più articolati.

E sembra proprio questo l’escamotage comune anche ai giochi in arrivo: in “Neighbor”, Jake Elliott, Tamas Kemenczy e Ben Babbitt fanno di un punta e clicca la cronaca di un’amicizia inespressa e la ambientano dentro un mondo che mescola spaghetti western e un gusto à la Salvador Dalì (dal 30 giugno); in “A Glass Room”, dal 7 luglio, il game designer Pol Clarissou sembra voler evocare la fragilità (inquietante) della nostra memoria usando foto personali per costruire una labirinto virtuale, e in “The Worm Room”, Katie Rose Pipkin trasforma i tocchi sullo schermo in una passeggiata infinita dentro un giardino botanico.

In fondo “Triennale Design Game Collection” ha i tratti di una provocazione, di quelle intelligenti: interroga l’utente sulla sua concezione di gioco e i game designer sulle loro prossimità con l’arte.

In più testimonia un canale di espressione e comunicazione avulso da publisher e lontano dall’industry. Cosa che nei prossimi giorni sarà ribadita anche dal festival Artcade, al Palazzo dei Giureconsulti di Milano fino a domenica 3 luglio. Presenti Milestone, We Are Müesli, Molleindustria e i Santa Ragione.

A proposito, un paio d’anni fa, pochi mesi dopo la risposta di Righi Riva sul divertimento nei videogiochi, il suo “FOTONICA” – evidentemente considerato spassoso dai 300mila che l’avevano scaricato – finì nel “Best of 2014” di App Store. Forse nuove vie sono possibili.