Startup sociali, fatevi avanti. Se avete una idea imprenditoriale che vuole cambiare il mondo questo è il vostro momento, anche in Italia. Perché dopo anni sulla porta, i capitali della finanza sono pronti a entrare nell’impatto sociale con investimenti importanti: almeno 300 milioni di euro in tre anni, che potrebbero andare a sostenere progetti di impresa con un ritorno finanziario e, allo stesso tempo, ritorni sociali e ambientali misurabili. Dall’inquinamento degli oceani alla carenze di alloggi a basso costo, dalla contrazione del welfare pubblico al problema dei rifugiati non mancano le sfide da cogliere. Ma il mondo del terzo settore imprenditoriale, delle startup sociali fa ancora fatica a proporsi. Sarebbero appena 517 le imprese sociali pronte di fatto – e non solo nelle intenzioni – ad accogliere capitali nel breve periodo. Non molte, tenendo conto che l’universo di riferimento ne conta 9.350, tra cui cooperative sociali, startup a vocazione sociale, imprese sociali ex lege e società benefit. La stima statistica è frutto del lavoro di Tiresia che ha elaborato il Social Impact Outlook 2018 (con questionari e interviste a un campione di 3.682 organizzazioni a impatto sociale).
Il centro di ricerca sull’innovazione e l’impatto sociale della School of Management del Politecnico di Milano – che presenterà il report il 19 aprile (a Milano presso la sede del Sole 24 Ore) – ha considerato quattro criteri per valutare l’investment readiness, cioè la prontezza ad accogliere investimenti veri e propri, e non donazioni a fondi perduto (tipiche delle charity). La dimensione peggiore è relativa alle competenze organizzative. Proiettando i dati emersi dall’indagine sull’universo di riferimento si stima che siano appena 720 le realtà che possiedono una governance inclusiva, una gerarchia organizzativa strutturata e uno staff management con competenze commerciali. Anche sull’intensità tecnologica le imprese sociali non si esprimono al meglio: sarebbero 1.261 su 9.350 quelle che dichiarano di avere strumenti e politiche di gestione della proprietà intellettuale e delle competenze tecnologiche. Va meglio l’orientamento al mercato, con una stima di 2.421 organizzazioni che utilizzano almeno una fonte finanziaria di tipo commerciale. Di queste il 75% hanno come prima fonte di ricavo la vendita del prodotto o del servizio a organizzazioni private. Infine sarebbero poco meno della metà (4.442) sul totale le realtà che hanno approcci strategici evoluti, vale a dire perseguono strategie di crescita strutturate, coinvolgono i beneficiari nella progettazione del prodotto o servizio e misurano l’impatto sociale. Incrociando queste valutazioni solo cento imprese sociali a oggi sono ad altissimo livello di investment readiness e altre 417 potrebbero esserlo nel breve periodo.

«Dall’indagine si conferma una offerta di capitali maggiore della domanda – spiega il professore Mario Calderini, coordinatore di Tiresia – L’impresa sociale si deve irrobustire in termini di capacity building. E poi si attende la maturazione di un profit con progettualità di impatto sociale misurabile, come le società benefit».
Intervistando 43 istituzioni finanziarie (banche, sgr, venture capital, fondazioni), Tiresia stima che i capitali pronti a essere investiti sono 175 milioni di euro, che potrebbero raggiungere almeno i 300 milioni in tre anni. Stima minima che potrebbe accrescere con l’interesse mostrato di recente dalle banche italiane per l’impact investing. E dalla riforma del terzo settore, con agevolazioni fiscali per gli investitori e maggiori possibilità di distribuzione degli utili. Ma che le prospettive siano allettanti lo mostrano i trend globali con investimenti pari a 114 miliardi di dollari nel 2017, secondo Global Impact Investing Network. «È il momento giusto per passare all’impact economy» ha affermato Julia Balandina, consulente finanziaria di famiglie con ricchi patrimoni, intervenuta all’Impact Park, organizzato da Impact Hub Milano in collaborazione con il family office e acceleratore d’impresa Rancilio Cube (che quest’anno ha assegnato il Rancilio Award a Fondazione Dynamo).

«Ci sono 85 famiglie che detengono patrimoni pari a quelli di 3,5 miliardi di poveri – ha detto l’autrice della bibbia del settore «Catalyzing wealth for change. Guide to impact investing» – e ci sono grandi sfide per l’umanità ribadite dai Global goals delle Nazioni Uniti. Il sistema economico così com’è non è in grado di dare risposta. Massimizzare il profitto non è più sufficiente. Come non bastano più tante ong o charity con piccoli progetti. I tempi sono maturi per un cambiamento drastico. Stiamo assistendo alla crescita dell’impresa sociale. E a una evoluzione delle preferenze degli investitori dove il capitale diventa una forza orientata al bene con uno spettro più ampio di ritorni che sono sia finanziari sia sociali».

Per lei il punto fondamentale è l’educazione. Tanto che ha fondato l’acceleratore Nila, creato dalla sua società Jbj Consult, – assieme all’Università di Zurigo – proprio per preparare all’impact investing i millennials delle famiglie a elevato patrimonio. «Uno dei driver dell’impact economy sono certamente tecnologie come blockchain, l’intelligenza artificiale e big data che ci consentono di fare meglio e più velocemente». All’Impact Park si sono presentate decine di startup a impatto sociale. Da Kaitiaki, che vuole combattere il cyberbullismo con l’intelligenza artificiale a Treedom, piattaforma in cui persone e aziende piantano alberi e li seguono online contribuendo alla riforestazione e alle economie locali; da Vegea, che crea tessuti dagli scarti di lavorazione del vino rendendo sostenibile l’industria della moda a Gr3n, il progetto cleantech che ricicla materiali di plastica.