Lo smart working comincia a strutturarsi nelle grandi aziende, con un crescendo di applicazioni innovative. E anche le pmi non sono più così scettiche come l’anno scorso. Sono queste, confortanti, le principali evidenze del nuovo rapporto che gli Osservatori del Politecnico di Milano presenterà il 12 ottobre. Nova24 può anticiparle.

«La quota di grandi aziende che ha iniziative smart working strutturate è più che raddoppiata, rispetto al 17 per cento dell’anno scorso», dice Mariano Corso, responsabile scientifico dell’osservatorio Smart Working (diretto da Fiorella Crespi). Poco rilevante l’aumento di grandi aziende che fa smart working in generale (poco meno della metà di quelle italiane l’anno scorso e ora poco più della metà), «ciò che è interessante è l’adozione strutturata del fenomeno, a livello di spazi, tecnologie e risorse umane».
Di fatto è successo questo: «le aziende che avevano fatto smart working l’anno scorso si sono trovate bene, hanno visto i risultati, e hanno reso più capillare e profonda l’adozione», dice Corso.
In che modo? Sono due gli ambiti di azione, tecnologici (ma con un diretto impatto su risorse umane e sullo spazio di lavoro). Il primo riguarda l’ingresso di nuove tecnologie internet delle cose, nelle aziende. Il secondo è il maggiore utilizzo di tecnologie già esistenti (come unified communications e cloud).
Le grandi aziende fanno smart working quindi diffondendo sensori per monitorare l’uso degli spazi o per i sistemi di prenotazione degli ambienti in comune (sale riunioni, per esempio). «Usano anche app per simulare in un ambiente virtuale, quanto più possibile, la profondità delle interazioni face-to-face», dice Corso. Ci sono app e sensori (anche indossabili) per rilevare in tempo reale l’umore di un gruppo di lavoro, il livello di stress.

Quanto alle tecnologie già esistenti, ma finora sotto utilizzate, spiccano quelle di comunicazione unificata (video conferenza, condivisione applicativa eccetera). Finalmente grazie all’ondata smart working le aziende cominciano a usarle diffusamente. Ma anche il cloud ne beneficia. «Alcuni settori, come quello bancario, sta correndo per aggiornare il proprio vecchio parco di applicazioni e renderle bene utilizzabili anche da remoto», dice Corso.
Oltre metà delle aziende che fanno smart working prevedono di allocarvi un budget specifico.
Tra i casi studio analizzati, gli Osservatori segnalano quello di Axa, che in sei mesi ha sposato appieno la filosofia smart working (nelle sedi di Roma e Milano). I dipendenti, dotati di dispositivi portatili, lavorano due giorni alla settimana da remoto, senza andare in ufficio. E quando ci vanno utilizzano postazioni condivise e non devono più timbrare il cartellino.
«Si lavora per risultati. Ed è una rivoluzione vera, per un settore tradizionale e burocratizzato come quello delle assicurazioni. Il motivo di fondo è che l’azienda si è resa conto dei benefici: la produttività è aumentata per 15 per cento».
E le Pmi? L’adozione è ancora limitata, rileva il Politecnico (5 per cento l’anno scorso e ora meno del 10 per cento), però quello che sta cambiando è l’attitudine. «L’anno scorso circa il 50 per cento delle Pmi si diceva non interessato a priori allo smart working. Ora questa quota si è più che dimezzata».
Un piccolo passo nella direzione del cambiamento, che già si traduce in efficienza e innovazione nelle grandi aziende italiane.