Quando Philippe Sollie, farmacista belga invitato a partecipare a un barbecue, ha visto la figlia di un amico rovesciarsi addosso per errore dell’olio bollente provocandosi gravissime ustioni, non ha avuto dubbi: bisognava fare qualcosa per quella bambina. Ha così avviato una sperimentazione e brevettato un nuovo medicamento per le ustioni oggi usato in molti ospedali europei, impiantando infine Flen Pharma, società farmaceutica che oggi – grazie ai contributi europei – opera in cinque paesi e continua a fare ricerca.

Storia di successo di una Pmi innovativa, e sono moltissime ormai quelle sostenute dai fondi europei. Malgrado i brevetti in ambito farmaceutico siano in calo (5.754 quelli richiesti nel 2016, ovvero il 5% in meno rispetto al 2015), il settore della salute e del benessere è proprio uno di quelli sui quali punta Horizon 2020: 7,472 miliardi di euro per assicurare a una popolazione europea che continua a invecchiare una vita migliore. I principali problemi da affrontare, sia attuali che emergenti, sono il crescente impatto del morbo di Alzheimer, del diabete e dei «super virus» resistenti agli antibiotici. Va dunque in questa direzione molta parte della ricerca finanziata, e le Pmi che si occupano in modo innovativo di questi temi si moltiplicano.

Lo spirito imprenditoriale e le idee innovative in Europa non mancano, ma molte aziende non sopravvivono ai primi anni dal loro ingresso sul mercato o si spostano in un paese terzo. Per aiutare le startup a innovare e solidificarsi l’Ue negli ultimi anni ha lanciato molte misure. Per esempio, nell’ambito del programma quadro per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020, grazie al quale a luglio 2017 (dunque a metà durata) le piccole e medie imprese avevano già ricevuto 3,5 miliardi di euro, le Leadership in Enabling and Industrial Technologies (LEITs), il 20% dei cui finanziamenti da qui al 2020 secondo le previsioni dovrebbe andare proprio alle Pmi.

Se il technology transfer in molte nazioni europee rimane ancora difficile da realizzare, i dati e soprattutto le proiezioni confermano che anche le aziende di medio-piccole dimensioni hanno iniziato a muoversi e a fare ricerca per conto proprio. E’ il caso, oltre che di Flen Pharma, dell’olandese Health-i-care, membro di un consorzio tedesco-olandese che ha avuto un contributo di 3,6 milioni di euro per sviluppare prodotti e tecnologie innovative volti a proteggere i pazienti dalle infezioni riducendo le resistenze agli antibiotici e che sta anche sviluppando un nuovo tipo di antibiotico, un metodo per il self-screening (autodiagnosi), un “guanto invisibile” fatto di prodotti antibatterici per assicurare la completa igiene delle mani, una tecnologia per rimuovere dall’acqua di scarico i microrganismi resistenti e un kit di strumenti per l’e-learning.

O anche della francese MilliDrop, che ha avuto 1 milione di euro per sviluppare piccole macchine per la coltura cellulare, facili da usare e in grado di sostituire i tradizionali strumenti di analisi, oltre che per studiare una nuova generazione di strumenti diagnostici in vitro che consentiranno di individuare più agevolmente gli agenti infettivi e le dosi di antibiotico necessarie per sconfiggerli. Pep – Therapy, sempre in Francia, ha ottenuto invece un contributo di 1,3 milioni di euro per sviluppare una tecnica in grado di bloccare specifiche funzioni delle proteine che trasformano le cellule sane in cancerose, che potrebbe essere usata per il trattamento di varie malattie.

Il trend, in tutta Europa, è quello del progressivo spostamento da una ricerca demand pull (cioè motivata da una domanda di mercato o dalle necessità specifiche di un’azienda) a una technology push, ovvero trainata da un’innovazione, che magari non ha ancora mercato ma ha potenzialità elevate. Si alza così il livello della sfida e del rischio, ma anche quello dell’innovazione: in futuro ne vedremo delle belle.