John Landgraf, presidente di FX Networks, ha coniato il termine peak TV per definire l’abbondanza di contenuti che caratterizza lo scenario televisivo contemporaneo: una vetta, risultato di una crescita costante stimolata da un mercato digitale in continua espansione. Concretamente, quando nel 2015 Landgraf parla di questo picco, gli USA sfornano 421 serie di cui 46 prodotte e distribuite da piattaforme over the top (Ott). Ma non è ancora quella la vetta, perché già nel 2016 le serie diventano 455, di cui 93 da Ott. Nel complesso, una crescita del 137% in un decennio, che potrebbe aver visto un ulteriore picco nell’anno appena terminato: i numeri ufficiali non ci sono ancora, ma Variety stima 500 serie. La peak TV sembra più una never-ending TV (si veda anche il grafico).

 

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Moltiplicazione dei player e degli outlet, abbondanza dei contenuti, segmentazione delle audience, saturazione del mercato, competizione, oligopolio, sinergie: questi sono solo alcuni dei termini che descrivono questa crescita dal punto di vista economico e istituzionale, un lato incorporato e ampiamente esplorato nelle ricerche sulle narrazioni estese. Questa parte della ricerca mostra come strategie di gruppo e di business si adattino competitivamente all’ambiente tecnologico, istituzionale, economico, culturale di riferimento, stimolando a loro volta le evoluzioni stilistico-formali delle serie TV (si veda anche l’articolo di Veronica Innocenti, a proposito del binge watching). E per capire questi adattamenti strategici, ci poniamo innanzitutto una domanda: come fanno i player a creare valore (culturale e monetario) dalle serie TV?

Ad esempio, tornando alla peak TV, la domanda più precisa è: a parte hit globali come The Walking Dead, Game of Thrones, Stranger Things, che fine hanno fatto queste 500 serie? Come è possibile che ai broadcaster e agli Ott convenga produrre e distribuire così tanto, quando neanche nel più utopico dei mondi un essere umano avrebbe tempo di guardarne almeno la metà? Qualcosa è cambiato nel sistema. O meglio, qualcosa si è evoluto: questa “bolla speculativa” risponde infatti a esigenze che non hanno più a che fare solo con l’economia del palinsesto e dei dati d’ascolto, ma anche e soprattutto con le economie ad ampio raggio innescate da strategie ecosistemiche in cui le serie TV diventano risorse modulabili e distribuibili secondo esigenze diversificate e contingenti. In altre parole, anche dal punto di vista della delivery, passiamo dal broadcasting all’ecosistema.

Dal punto di vista economico e tecnologico, un ecosistema è un sistema distribuito di esperienze interconnesse attorno a cui si raccoglie una comunità di utenti – Netflix, Amazon Prime, Sky & co., tutti si comportano come architetture service e user-oriented. È qui che l’abbondanza di serie favorisce la costruzione di library diversificate e apparentemente infinite, filtrate da interfacce e sistemi di suggerimento che offrono percorsi di fruizione ad hoc per l’utente, per fare sì che questi abbia sempre qualcosa da aggiungere alla propria lista di visione. Una volta inserite in questi ecosistemi, le serie non generano valore a sé, ma nell’insieme. In breve, più la library di Netflix è ricca e diversificata, meno saranno le possibilità che l’utente non rinnovi l’abbonamento perché non c’è niente da vedere.

Si tratta di una gestione a sistema delle serie TV in quanto risorse, da cui traggono vantaggio anche i broadcaster tradizionali attraverso sinergie strategiche con gli OTT, che spesso comprano in anticipo i diritti di licensing delle serie, permettendone così concretamente la produzione. La maggior parte delle 500 serie del 2017, infatti, non sono prodotte per i grandi ascolti, ma per essere sfruttate su più finestre distributive contemporaneamente, ognuna con il suo valore: ci sono quelle che permettono di vendere spazi pubblicitari in TV (come Grey’s Anatomy, o This is Us), ma che comunque finiscono online (Hulu); ci sono serie prodotte per essere vendute direttamente agli OTT, in parallelo alla trasmissione TV (Jane The Virgin – da The CW a Netflix) o in esclusiva (The Good Fight – su CBS All Access, l’OTT del network CBS). Ci sono i revival e i reboot, fondati su risorse dormienti che vengono riattivate per sfruttare a pieno brand ed effetto-nostalgia grazie ad accordi fra broadcaster e OTT (24, Arrested Development, The X-Files, Gilmore Girls).

Non importa il consumo immediato, ma il valore sul lungo termine: nella never-ending TV, anche le nostre liste su Netflix sono infinite.