Just Cause 3 è uno di quei giochi che non va preso troppo sul serio. E’ un open world in terza persona, concettualmente vecchio (per un sottotesto sensato bussare a Saints Row), eccessivo nei toni e un po’ ripetitivo nelle dinamiche di gioco.  Ma è divertente, non impegna troppo, e dopo una giornata di lavoro è una esperienza rilassante e a tratti liberatoria. Far saltare tutto, bruciare barili di benzina,  lanciare bombe e distruggere statue, caserme e tutti i simboli dell’odiato dittatore è una esperienza da ribelle piromane impenitente. Nello specifico siamo  Rico Rodriguez, un rivoluzionario di professione, con il sigaro e la barba sfatta, bello e bullo. Sebastiano Di Ravello è il dittatore da fumetto egotico e pazzo. Medici è l’arcipelago dove si svolge l’azione. Un frullatore di spiagge della Sardegna, macchia mediterranea, condomini della Costa Azzurra e casette da isoletta greca. La missione? Aiutare i rivoluzionari e la rivoluzione.

Cosa non ci è piaciuto? Se in manifestazione indossi la maglietta del Che o sei cresciuto nel mito della figura del rivoluzionario Just Cause può provocare attacchi di nervoso incontrollato. Rico è uno smargiasso, cafone e yankee fino al midollo. Medici invece è veramente un pasticcio come quei menù turistici in cui c’è scritto “pasta con i maccarrone”. Sembra tutto un po’ raffazzonato. Come anche le missioni che alla lunga si ripetono.

Cosa ci è piaciuto. Just Cause è leggero. L’intelligenza artificiale dei nemici è imbarazzante. Il gioco non è mai difficile e le missioni sono tutte un po’ già viste se si conosce la serie Gta. Ma distruggere il dittatore è uno spasso. Poi le isole sono belle. I dialoghi a tratti divertenti. I personaggi intrattengono. Quantitativamente è massiccio. Promette tante ore di divertimento. Poi il sole di Medici in queste fredde giornate invernali è un toccasana.