Potenzialità immense, ma con qualche rischio di sfruttamento ambientale che già si affaccia all’orizzonte. La bieconomia, motore green di una sempre più vasta produzione industriale, energetica e alimentare, potrebbe generare – se non bene normato – uno sfruttamento improprio. Ma intanto, le biotecnologie, vere alternative a tutto ciò che si alimenta di petrolio, portano con sé parametri di crescita interessanti  per il nostro Paese: a livello di posti di lavoro in primis, con assunzioni che porteranno giovani leve specializzate in laboratori di ricerca, ma anche in quelle fucine che si stanno diffondendo in tutta Italia e che sono le bioraffinerie.

Un esempio: l’ impianto pilota a Canneto Sull’Oglio, nel Mantovano, dove su scala semi-industriale (capacità di 100 kg/ora) si estrae dalle bucce di pomodoro la cutina con l’obiettivo di produrre una vernice biometallica per l’industria degli imballaggi alimentari. È quanto il progetto Life+ BiocopacPlus, sviluppato dalla stazione sperimentale per l’industria delle conserve alimentari di Parma, sta dimostrando di poter fare tanto da ricevere il premio  per le “Idee Innovative e Tecnologie per l’Agribusiness”, da Unido Italia, Seeds&Chips e Cnr.

Gli agricoltori sono i primi a essersi sintonizzati sulle frequenze adatte per non perdere il treno: l’ economia green potrebbe fortemente valorizzare e far crescere il loro reddito, trasformando i loro scarti, in business. Il resto è appannaggio dei territori forestali. Ma anche le città (e quindi tutti noi) con l’immensa produzione di rifiuti, generano valore. Tanto valore: 251 miliardi il peso della produzione (al 2015) e 1,65 milioni di occupati con l’Italia che sarebbe il terzo paese in Europa: sono questi i dati accreditati da Assobiotec, associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che fa parte di Federchimica.

Ma senza girarci troppo attorno, l’importante è che questa industria variegata e attraente si alimenti, in pura logica di circular economy, di “buoni” scarti agricoli, forestali o da rifiuto. Ovvero, il più possibile a km zero, senza sfruttamento di suolo e provenienti da culture sostenibili.

“In Italia la superficie agricola complessiva è 17 milioni di ettari, di cui 13 utilizzati. Le sfide poste dalla bioeconomia a questo settore sono l’utilizzazione dei territori non coltivati e di quelli marginali, anche attraverso la coltivazione di specie forestali a breve rotazione” A parlare è Armando De Crinito, direttore vicario della Dg Ambiente, energia e sviluppo sostenibile di Regione Lombardia. Il Nord Italia è un gran fermento di progetti. Con in testa l’Università degli Studi di Milano che  – come ha preannunciato  a un incontro organizzato in tema dal consorzio Italbiotec,  il direttore del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali e Agroenergia  Gian Attilio Sacchi  –sta per uscire anche con un nuovo corso di laurea in tema che cavalchi le più attuali specializzazioni. Perché le biomasse, comunque, sono e rimarranno una commodity e “l’Italia e l’Europa – spiega Fabrizio Adani, ordinario di chimica agraria all’Università degli Studi di Milanonon potranno mai produrre commodity in grandi quantità per cui sarà naturale assistere anche a fenomeni di importazione al pari di quanto accade per il food”.

Per questo, l’uso  improprio dei terreni è dietro l’angolo. Anche se gli addetti ai lavori ci tengono a mettere in evidenza che se invece ben guidate gli interventi sono simbolo di un progresso ambientale senza pari. “Iniziative come Prima o Bluemed – ricorda ancora De Crinito  – sono a guida italiana e pongono il Mediterraneo come centro di criticità ambientali, sociali, economiche nodali. Senza attribuire alla bioeconomia un ruolo maggiore di quello che al momento sembra poter svolgere, è comunque un importante fattore di progresso e di sostenibilità”.

Lo stesso vale per gli scarti:  non tutti sono uguali. “Il concetto di sostenibilità deve essere parametrizzato al concetto di uso sostitutivo – continua Adani -. Il Food waste è sicuramente sostenibile se l’alternativa è la discarica, ma in una logica di riduzione dello scarto di cibo, questa materia diventa meno sostenibile. Paradossalmente meglio una coltura dedicata che produrre cibo per poi buttarlo via e quindi recuperarlo per produrre nuovi prodotti”.  Insomma, l’Italia potrebbe rischiare  una sorta di biomass grabbing? ”Dipende dal mercato – chiosa il docente -. Gli incentivi possono drogare il sistema se continui e/o troppo alti. Se corretti e limitati consentono l’avvio dell’attività che poi potrà reggersi per motivi di mercato reale”.