Già definito dalla stampa internazionale un «simulatore di rivolte», “RIOT – Civil Unrest” verrà pubblicato nella primavera dell’anno prossimo e anticipato, via Steam, da una Beta pubblica a febbraio, una versione non definitiva che gli interessati potranno testare gratis.

Nelle intenzioni degli sviluppatori, Leonard Menchiari con la bolognese IV Productions, e del publisher, l’inglese Merge Games, “RIOT” sarà disponibile per ogni piattaforma, dalle console di ultima generazione ai device portatili, nonché in una edizione collector’s in scatola.

La notizia è attesa non solo fra gli appassionati; da quasi tre anni “RIOT” è il videogame italiano più chiacchierato e meno giocato di tutti. Il secondo fatto si spiega facilmente: il titolo, appunto, è ancora inedito e su di lui hanno messo le mani in pochi, esclusi gli sviluppatori – 7 in tutto -, forse non più di 15 persone compresi gli studenti dei corsi di programmazione e game design di Statale e Politecnico di Milano, che la settimana scorsa ne hanno collaudato la modalità multiplayer.

Che “RIOT” sia il videogioco italiano più discusso negli ultimi anni – ne ha scritto anche il “New York Times” ai tempi del crowdfunding da cui il progetto è partito nel 2013 – dipende invece dall’intuizione clamorosa e insieme equivocabile su cui si basa: riprodurre in un contesto giocoso e con una grafica in pixel art alcuni degli scontri di piazza più noti della cronaca recente, da quelli in Val di Susa per il movimento NoTav agli Indignados, passando per gli scenari più cruenti della “Primavera araba” in piazza Tahrir e per i 128 giorni di battaglia a Keratea, in Grecia.

Poche settimane dopo i disordini del primo maggio a Milano, un trailer del gioco aveva addirittura motivato una lettera aperta del Coisp, il Cordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia, allarmato dal fatto che il titolo sembrasse «uno strumento di rivolta e guerriglia urbana», addirittura un mezzo per «allenarsi meglio agli scontri ed esaltarsi nell’incendiare proprietà pubbliche e private, la Polizia e i Poliziotti».

Una visione parziale –  e non avrebbe potuto essere altrimenti – perché per essere compreso appieno, “RIOT” va… giocato.

Sarebbe più semplice a quel punto rendersi conto di come la simulazione strategica ambisca piuttosto a essere uno strumento per capire le dinamiche dei tumulti di piazza e, al limite, dar conto delle conseguenze più sanguinose. Tanto che per elaborarne l’intelligenza artificiale, chiamata a riprodurre i comportamenti di massa e l’organizzazione più o meno rigorosa di forze di polizia specifiche, gli autori hanno studiato manuali di crowd control comunemente adottati per l’addestramento.

Per completare “RIOT”, sia in modalità singola che in quella a più giocatori, è necessario gestire alternativamente i manifestanti e le forze dell’ordine. Manovrando ora i capipopolo dei primi, ora gli schieramenti delle seconde. E con un’equidistanza tutt’altro che scontata in un gioco che avrebbe potuto riprodurre solo la bagarre (invero una modalità “clash”, tutti contro tutti, è prevista. Ma marginale).

In più, in “RIOT”, «non esiste un vero vincitore – spiegano Menchiari e Ivan Venturi, fondatore di IV Productions – per avanzare con successo occorre soppesare ogni scelta: a un eccesso di violenza da parte dei manifestanti o della polizia, o alla perdita di controllo sulla propria fazione, corrispondono un atteggiamento preciso dei media e il conseguente inasprimento degli scenari successivi. Una cosa piuttosto realistica, che nell’ipotesi peggiore può portare alla guerra civile». In altre parole, al game over.

I 20 livelli di gioco previsti sono suddivisi in 4 campagne principali – Italia, Spagna, Egitto e Grecia – cui si aggiungono gli scenari di Clichy-sous-Bois, da dove nel 2005 partirono le rivolte delle banlieue, le proteste dei lavoratori Foxconn a Taiwan, e molte altre manifestazioni fra Sud Corea, Oakland, Russia e Turchia.

L’intenzione è di ricrearne con accuratezza i fatti salienti – come l’impiccagione del manichino del primo ministro Mariano Rajoy durante i movimenti di protesta dei minatori di Pozo Soton, nel 2012 -, e addirittura i personaggi finiti sulle prime pagine dei giornali, da Turi a “Er pelliccia”.

Tramite un editor di livelli i giocatori potranno poi generare scenari fatti in casa da condividere online.

«Più che schierarmi ideologicamente – ha spiegato Menchiari, in passato coinvolto in alcune proteste riprodotte nel gioco – attraverso un gameplay affrontabile in tanti modi diversi mi interessa vedere come i giocatori gestiranno ogni situazione, oltre a far vivere eventi di cronaca quasi mai coperti in modo esaustivo dai media tradizionali».

L’obiettivo non scritto del progetto sembra proprio questo: «via da strumentalizzazioni, “RIOT” è un modo alternativo di informare. Nasce dall’esigenza di raccontare qualcosa cui teniamo nella maniera più accurata e completa possibile. Solo, con un approccio nuovo: attraverso le potenzialità di un medium incisivo perché coinvolgente».

Giocare alla rivoluzione potrebbe avere un senso completamente diverso.