L’orso polare mangia più che può in primavera e agli inizi dell’estate, quando le foche hanno i loro cuccioli, mettendo addosso lo strato di grasso che li sosterrà per tutto il resto dell’anno. Ma proprio questa strategia di caccia li rende particolarmente esposti alle trasformazioni dei ghiacci, resi sempre più fragili dai cambiamenti climatici. Perché se il ghiaccio sparisce o si assottiglia, per l’orso è più difficile cacciare e quindi aumenta il dispendio energetico, usando più energia di quella che incamerano con l’alimentazione. Con un evidente impatto sulla loro capacità riproduttiva. Non è un caso quindi che le previsioni parlano di una potenziale riduzione della fauna di orsi di due terzi da qui al 2050, con il rischio di estinzione entro la fine del secolo. Già oggi la popolazione attorno al Beaufort Sea si è ridotta del 40% rispetto al 2004.

E’ proprio in quest’area dell’Alaska che i ricercatori dello Us Geological Survey hanno monitorato nove femmine di orso polare per studiare i consumi energetici dei predatori polari. I risultati sono stati pubblicati su Science e non sono particolarmente confortanti. Anzi, indicano un crescente deficit energetico: gli animali consumano più energia di quella che ricavano dalle prede e hanno un metabolismo accresciuto rispetto a quanto si ritenesse, arrivando ad aver bisogno di oltre 12mila calorie al giorno, più o meno sei volte il consumo di un essere umano, per non perdere peso. Il che vuol dire almeno una foca adulta o 19 cuccioli ogni 10-12 giorni, con un fabbisogno metabolico che è oltre il 50% in più rispetto agli studi precedenti.

La riduzione della calotta ghiacciata, che si accentua proprio nei periodi di caccia ritirandosi prima in primavera e formandosi dopo in autunno, costringe infatti gli orsi a nuotare e marciare di più per trovare cibo. La maggior attività si traduce in maggiori consumi energetici e un fabbisogno alimentare incrementato. Non è un caso infatti che cinque degli esemplari seguiti abbiano registrato un calo del peso corporeo. “Trattandosi di animali che vivono in ambienti estremamente remoti, esistono scarse informazioni sui comportamenti e sui ritmi di attività degli orsi e questo è il primo studio per fornire misure quantitative delle esigenze energetiche di questi animali mentre si muovono liberamente sulla superficie ghiacciata”, spiega Anthony Pagano, biologo dello Us Geological Survey e coautore dello studio.

La regione artica registra ritmi di riscaldamento doppi rispetto al resto della Terra, con i ghiacci che si ritirano in maniera significativa in qualsiasi periodo dell’anno. D’altra parte i livelli di emissione non permettono di frenare il riscaldamento globale. Anche se l’inquinamento che impatta sull’ozono sta segnando una flessione generalizzata in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone tra il 2000 e il 2014, diverse regioni degli Usa, a partire dalla California, che è tempestata di fenomeni estremi, dell’Europa meridionale (tra cui l’area di Roma), del Giappone meridionale e della Cina registrano più di quindici giorni in cui i livelli di ozono a terra superano gli standard di qualità dell’aria di 70 parti per miliardo. Mentre l’emisfero meridionale del pianeta segna performance migliori. Sono queste le conclusioni del Tropospheric Ozone Assessment Report (Toar), nell’ambito del progetto avviato dall’International Global Atmospheric Chemistry Project per creare il database più completo a livello globale sui livelli di ozono di superficie. L’ozono troposferico è un gas serra che, a percentuali elevate, è dannoso per la salute umana. Non è emesso direttamente, ma si forma in seguito alla reazione della luce del sole sulle emissioni naturali e di origine antropica.