I bioingegneri stanno tracciando percorsi sorprendenti per riparare le ossa rotte. A San Diego all’University of California, Shyni Varghese sta progettando biomateriali che inducono le cellule staminali a rigenerare il nostro scheletro, mentre alla Tufts University School of Engineering and Beth Israel Deaconess Medical Center stanno testando piastre e viti di seta , robuste, biodegradabili e capaci di contenere farmaci che si disperdono solo sull’area lesa. Innovazioni che affiancano la  moderna chirurgia ortopedica, robotizzata e mininvasiva, che permette di impiantare protesi risparmiando tessuti, osso, legamenti e muscoli.

Ma anche sul fronte delle protesi “tradizionali” la ricerca è molto attiva e offre soluzioni sempre più conservative. Due le novità in questo senso. La prima è una piccola molla, una sorta di ammortizzatore, che sostituisce in casi specifici, la protesi al ginocchio. Si chiama Kinespring, non intacca ossa e legamenti, permette il naturale movimento dell’articolazione del ginocchio, allevia il carico fino a 13 chili e dà sollievo dal dolore.

“Questo dispositivo non intacca l’articolazione e consente di far riprendere al paziente operato anche una regolare attività sportiva non agonistica – precisa Vincenzo Madonna, direttore di struttura semplice di chirurgia del ginocchio dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar (Verona), ma anche autore dello studio presentato al recente congresso internazionale Esska (European Society for Sports Traumatology, Knee Surgery and Arthroscopy), di Amsterdam, nel quale per la prima volta si sono evidenziati i risultati su 55 pazienti operati con il KineSpring in un singolo centro italiano. Lo studio ha dimostrato che la grande maggioranza dei pazienti convive perfettamente con la sua “molla”, riportando anche a distanza di più di un anno un miglioramento statisticamente significativo in termini di dolore e funzione del ginocchio operato.

“In Italia circa 2,6 milioni di persone soffrono di osteoartrosi al ginocchio – precisa Claudio Zorzi, direttore della divisione di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Negrar (Verona) – ma la protesizzazione  viene eseguita più spesso e con buoni risultati in pazienti ultrasessantenni affetti da artrosi a uno stadio avanzato. Più complesso è il trattamento dei soggetti fra i 30 e i 60 anni con uno stile di vita attivo. Per queste persone  che sono troppo giovani o troppo attivi o rifiutano l’impianto protesico, Kinespring può rappresentare un’ottima alternativa con cui si può tornare a giocare a calcio a tennis, sciare o correre”.

La seconda novità in tema di protesi si chiama XP e verrà presentata in Italia alla fine di settembre. Dallo scorso marzo è stata applicata nel mondo su più di mille pazienti, in una ventina di centri.  Rispetto alle attuali protesi al ginocchio – che vengono posizionate sacrificando uno o entrambi i crociati – la XP consente di salvare i legamenti, cioè il naturale ponte tra tibia e femore.  Il mantenimento di queste due strutture, permette al paziente un’esperienza protesica che si avvicina molto di più al ginocchio sano, garantendo così un risultato funzionale migliore, una cinematica più vicina a quella naturale e il paziente si “dimentica” di avere la protesi.

L’innovazione sta nel design del disco tibiale, che diventa a ferro di cavallo, e l’inserto di due piccoli cuscinetti in polietilene addizionati con vitamina E (antiossidante) che mimano i menischi.

La ricerca in ortopedia diventa sempre più importante  – sottolinea Zorzi – se si pensa al costo sociale dell’artrosi che arriva tra chirurgia protesica, terapia farmacologica o infiltrativa, e riabilitazione a sfiorare i 6,5 miliardi di euro.  Nel 2009 erano più di 55mila le protesi di ginocchio impiantate in Italia all’anno, ma il numero sta aumentando, a causa dell’invecchiamento della popolazione e alla diminuzione della fascia di età che ricorre alle protesi a causa di esisti post-traumatici, il più delle volte sportivi”.