2761954-her-story-artworkUsciamo dalle secche delle definizioni di “indie game”. L’unico indipendente a tutti gli effetti è Her Story. Il videogioco vincitore di ben tre premi al Drago D’oro (miglior indie, miglior app e miglior gioco innovativo) ha la forma del film interattivo, si gioco con il montaggio e con il senso delle immagini. E’ l’espressione di una intuizione tanto coraggiosa quanto imperfetta. Nessun publisher ci avrebbe messo un soldo. E riflette in toto la personalità del suo creatore. Sam Barlow è uno che ha studiato, che ha letto Luis Bunuel, Jg Ballard e che, come si è visto in Silent Hill Origins, non disdegna citazioni dotte e pop  (da Shakespeare alla saga dell’Esorcista). Il suo Her Story non sarà mai una macchina per fare soldi. Si osserva, si ascoltano le confessioni, si ragiona sui dettaglio. C’è insomma poco da fare. Ma ha ugualmente convinto una giuria di giornalisti-gamer (tra cui chi vi scrive) che gli ha riconosciuto il titolo di “game changer” (gioco più innovativo). Proprio perché ha avuto il coraggio di reinventare l’idea del film interattivo giocando con le immagini.

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Coraggiosa è stata anche l’operazione di Life Is Strange. Sviluppato dal Dontnod Entertainment e pubblicato dalla Square Enix è organizzato in cinque episodi (come una serie tv). Sembra di stare dentro Pretty Little Liars, quei romanzi e quelle serie tv ambientate nei licei americani, dominati da strazianti amorazzi, paranoia e intrighi. Il merito di Life is Strange è la scelta di giocare con la scelte.  Le conseguenze delle nostre azioni non sono immediatamente avvertibili il che ci permette di costruire “Maxime”, la protagonista peraltro vincitrice del premio come miglior personaggio, come meglio crediamo, senza troppe tattiche. Arrivati in fondo al gioco i due finali a nostra disposizione riassumono quello che può essere definito un acerbo romanzo di formazione interattiva.

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Ori And The Blind Forrest è una storia diversa. Perché è sviluppato dai talentuosi Moon Studios e pubblicati dai Microsoft Studios (sono una esclusiva Xbox One). Non è un indie senza arte né parte. E’ un gioco che ha il merito di essere “scritto bene”, di essere favola in due dimensioni, ha il limite di atteggiarsi un po’ troppo e ciononostante ha saputo vincere contro i giochi della Nintendo che, notoriamente, è la casa di sviluppo che ha inventato il platform come genere.

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Un discorso ancora diverso è quello legato a Rocket League. Anche lui un indie vero. Ha battuto Fifa, il gioco più venduto da sempre in Italia. Non è tanto una questione di lesa maestà è che Rocket League è la dimostrazione che i giochi devono essere sopratutto divertenti. Che per esserlo non serve possedere licenze o miliardi. Pare una scherzo eppure l’indie che si è inventato le partite a pallone con le automobiline è un davvero il gioco di sport più divertente dell’anno. Sorprende che sia un titoli indie. Stupisce che abbia battuto quello che ogni anno si conferma il campione di incassi e il gioco più venduto in Italia. Chi però ha almeno una vota fatto gol con le automobiline non si deve davvero stupire di nulla.