Il digitale come vero e proprio game-changer sociale. Proprio un paio di mesi fa il Financial Times aveva definito Uber in questo modo, segnalando la storia di Babà, giovane 24enne della prima periferia parigina, quella che registra il tasso di disoccupazione al  22%, due volte quello francese. E al passato di Baba fatto di piccoli furti nel quartiere la testata anglosassone ha contrapposto un presente più roseo, grazie a un lavoro (anche di dieci ore al giorno) come autista Uber.  «Adoro guidare a Parigi, parlare con i clienti. Guadagno bene e non lascerò certamente questo posto di lavoro», ha dichiarato Babà, intervistato sul Financial Times. Di fatto la sua storia per l’economista David Thesmar è l’esempio di come l’innovazione renda più facile l’integrazione: la possibilità di lavorare è più efficace di qualsiasi sussidio.

Dalla Francia a casa nostra, da Babà alle migliaia di lavoratrici e lavoratori che operano grazie alle nuove tecnologie. Mestieri tradizionali che spesso affondano le radici nel saper fare italiano e che vengono declinati con le tecnologie digitali o con i media sociali. In fondo anche per tutti loro il digitale è un vero e proprio game-changer sociale. Perché consente di dialogare con professionisti di ogni parte del mondo, di vendere online, di creare sinergie e alleanze, di scalare mercati in tempi e modi impensabili nel passato analogico. Ecco allora il digitale che si innesta nei processi, nelle persone, nella capacità di fare impresa.

La generazione wwworkers, raccontata da sei anni nella community wwworkers.it, è distribuita davvero in ogni angolo d’Italia, annidata in luoghi lontani dai contesti metropolitani e dedita a lavori che fino a pochi anni fa non avrebbero contemplato una componente digitale. E invece eccolo quel surplus che arriva come elemento dirompente: dall’inventore dell’app per aiutare gli stranieri che arrivano in Italia all’artigiana delle scarpe che presenta le sue creazioni su Instagram, dal vignaiolo siciliano che si racconta su Facebook agli architetti lucani che lavorano in ogni angolo del mondo grazie a Internet. E poi ancora sono wwworkers anche l’ultimo maestro cartaio di Fabriano che adotta le nanotecnologie e le mamme venete che si sono inventate da zero un e-commerce. I profili sono molto variegati tra loro: numericamente sono quasi 800mila lavoratori della rete, un esercito composto da liberi professionisti o imprenditori di piccole e medie imprese, ma anche da artigiani oggi digitalizzati.

I wwworkers dell’altro mondo

C’è chi sceglie l’Italia per ripartire, pur arrivando da molto lontano. E puntando sul made in Italy. Gustavo Aguerrevengoa, 35enne argentino trasferitosi in Italia da cinque anni, recupera i pezzi di scarto delle Ferrari e li fa rivivere come oggetti di design: nascono così bauli, complementi di arredo, oggetti di decorazione. «Grazie a mio papà avevo la passione per le auto d’epoca. Ed ero innamorato dell’Italia: qui è il posto più bello al mondo per fare formazione sul restauro». Oggi Gustavo lavora in un’officina specializzata a Montale, paese nel modenese vicino a Maranello. Qui riesce a dedicarsi al design, la sua passione. «Il materiale che utilizzo è l’alluminio o l’acciaio inox. Da meccanico in pausa pranzo mi trasformo in artigiano-restauratore». Le sue creazioni sono su Aguerrevengoa.com. «Il prossimo obiettivo? Avere uno spazio tutto mio per creare».

Il designer Gustavo Aguerrevengoa
Il designer Gustavo Aguerrevengoa

 

Dall’Emilia alla Lombardia: a Varese, città fino a pochi giorni fa governata dalla Lega, un giovane musulmano di origini albanesi (ma da ventitré anni in Italia) ha lanciato un’app per aiutare gli stranieri a orientarsi nel nostro Paese: un modo per districarsi nella giungla dei mille documenti di quella burocrazia spesso ostile anche ai connazionali. L’app si chiama Infostranieri e a metterla in rete è stato Bashkim Sejdiu. A Varese ha aperto uno studio per pratiche burocratiche per gli stranieri e ha fondato la prima associazione albanese. L’app è in otto lingue: è possibile richiedere un supporto ed entro poche ore essere ricontattati. Servizio gratuito per gli utenti, sostenuto grazie a fondi europei. «Ho puntato sulla integrazione sociale: assisto per la compilazione di vari documenti, dal permesso di soggiorno al ricongiungimento familiare, fino alla richiesta di cittadinanza».

Lavoratori connessi e felici

Alla rete devono tutto. Perché se non ci fosse stata non avrebbero potuto scegliere di restare a vivere e lavorare nel loro paese natale. Due architetti di Tricarico – paese di cinquemila anime a una sessantina di chilometri da Matera – hanno scelto di aprire il loro studio proprio nel loro paese. L’hanno chiamato Rabatanalab.com. Non è soltanto uno studio, ma anche un laboratorio interdisciplinare di sperimentazione sull’architettura e sulle connessioni sociali. Sei collaboratori fissi per un’età media di 35 anni e decine di collaborazioni in ogni angolo del mondo. «Abbiamo scelto di tornare a vivere nel nostro paese, dopo diverse esperienze in studi italiani ed esteri. E l’abbiamo potuto fare grazie a Internet», raccontano Daniele Molinari e Rocco Salomone. Lo studio è a due passi da boschi di querce e cerri. E nonostante la crisi del settore è in crescita. «Il mestiere dell’architetto è cambiato rispetto a qualche anno fa: oggi il progetto di architettura non può prescindere dalla rete, in quanto implica il coinvolgimento di altre discipline e competenze», precisa Salomone.

La rete consente di legare Italia e Africa nel nome dell’artigianato artistico. A intrecciare i fili colorati tra questi due mondi ci stanno pensando tre imprenditrici sociali già cooperanti in Ong internazionali, tutte sui 35 anni e con esperienze tra Nigeria, Malawi, Giordania e Brasile. Il loro progetto si chiama Manukafashion e opera nel campo tessile. Di fatto hanno realizzato una sartoria digitale. La sede è a Roma, le stoffe arrivano da Uganda e Ghana e sono lavorate sul posto da piccoli produttori e cooperative. Le creazioni si possono ammirare (e acquistare) online su Manukafashion.com. «Valorizziamo il lavoro delle comunità africane, offrendo una giusta remunerazione e favorendo la contaminazione culturale. In ogni prodotto vengono combinate stoffe africane con cotone e lino italiani», afferma Manuela Bucciarelli, in società con Lisa Giovannitti e Valentina Conti.

Il team di Manukafashion
Il team di Manukafashion

 

Imprese al quadrato con l’e-commerce

Anche una terra ferita come quella aquilana può avvantaggiarsi dal digitale. O almeno così hanno fatto tre amici appassionati di sport e oggi soci in affari, provando ad abbracciare la rete con l’e-commerce, integrandolo al negozio fisico di abbigliamento sportivo. E lo hanno fatto decidendo di non lasciare la loro città natale dopo il sisma del 2009.  Così le difficoltà del loro negozio sono state superate grazie a quello virtuale: oggi con Sportime 2.0 su eBay vendono abbigliamento e ogni accessorio sportivo. «Gestiamo quasi seicento vendite online al mese. E gli ordini – addirittura +500% in due anni – arrivano da ogni parte del mondo: Francia, Germania, Argentina, Stati Uniti, Australia. Abbiamo venduto in Indonesia delle scarpe per un calciatore della nazionale indonesiana», ricorda il 30enne Graziano Petrella, in società con Matteo Marchetti e Jacopo Esposito.

Dallo sport alla bottega centenaria, messa in rete da due fratelli calzolai e da un amico di una vita.  Così prosegue e si evolve l’attività di famiglia aperta dal loro bisnonno, passata poi al nonno e successivamente al papà che ancora ci lavora.

Gerardo Del Vecchio insieme ai figli nella Bottega del Calzoalio
Gerardo Del Vecchio insieme ai figli nella Bottega del Calzoalio

 

Oggi Luca e Orazio Del Vecchio, rispettivamente 30 e 28 anni di Battipaglia, portano avanti la Bottega del Calzolaio insieme a papà Gerardo. In tutto una trentina di collaboratori distribuiti su cinque punti vendita a Battipaglia, Salerno, Avellino, Cava dei Tirreni, Agropoli. «Ci occupiamo di riparare le calzature, ma anche del lavaggio a secco. Dalla semplice riparazione siamo passati alla creazione: vendiamo cinture, tracolle, borse, portafogli», precisano i due fratelli. E poi c’è il sesto negozio in rete aperto da quattro anni con la gestione delle calzature tutta in cloud.

La generazione delle “social-companies”

Altri due fratelli, in questo caso di Verona, hanno messo sui social un’impresa di pulizie dal cuore verde. E per mettere a nuovo muri e marciapiedi hanno deciso di adottare tecniche a basso impatto ambientale e prodotti senza sostanze chimiche. Alessandro e Marco Florio, rispettivamente di 31 e 30 anni,  stanno facendo il giro del mondo con Idrowash.it. «Il nostro settore è in forte crisi e per questo abbiamo scelto di andare controcorrente, utilizzando i social media: oggi il 90% dei nostri clienti proviene da Facebook», precisa Alessandro Florio.  Lavoro artigiano e uso dei social come canale di vendita e pubblicità per i due fratelli startupper. «Il nostro innovativo sistema di pulizie fa contento l’ambiente e fa risparmiare il cliente».

Alessandro e Marco Florio, inventori di Idrowash.it
Alessandro e Marco Florio, inventori di Idrowash.it

 

Dal Veneto alla Sicilia: il 29enne Nicolò Grippaldi è tornato nella sua terra per fare il vignaiolo biodinamico. Il che significa lavorare la vigna seguendo il calendario lunare e l’evolversi ciclico delle stagioni. Nella sua Gagliardo Castelferrato, tremila anime in provincia di Enna, Nicolò oggi lavora la terra con preparati biodinamici a base di letame dinamizzato ed erbe officinali: in piena luna discendente pianta il Nerello Mascalese, poi il Nero d’Avola e il Selvatico. Nicolò lavora restando connesso col mondo intero, di fatto aggiornando i profili social: così fotografa la sua terra e la condivide su Instagram.com/ilbiodinamico. «Cerco di trasmettere cosa faccio e soprattutto la bellezza della natura».