Ci sono sentori di futuro nel modem PocketCube che 3 Italia ha lanciato, prodotto da Huawei. Prende il segnale 4G (Lte 150/50 Mbps) e lo diffonde via Wi-Fi in casa. Grazie a un’antenna “Mimo” presente nella base, la copertura Wi-Fi è amplificata del 60 per cento. Quando usciamo, possiamo staccare il dispositivo dalla base e renderlo portatile, con un’autonomia di sei ore di uso intensivo (e dodici ore di stand by), grazie a una batteria da 1500 mAh.
PocketCube è quindi ibrido: a casa è un hot spot potente, mentre fuori è un modem portatile. Il vantaggio è quindi che, con un solo dispositivo, possiamo sia risolvere problemi di copertura indoor sia navigare in mobilità con computer, tablet, smartphone che sono collegati al modem. Uno scenario ovvio di utilizzo è in case dove non c’è l’Adsl e dove il segnale 4G è buono magari solo vicino alla finestra. È una situazione possibile in particolare con la rete 3, il solo operatore a non avere frequenze 800 MHz per il 4G, che hanno una buona penetrazione indoor.
Possiamo mettere il PocketCube vicino alla finestra e poi portare il segnale 4G via Wi-Fi in casa (o in ufficio). I prezzi sono contenuti, com’è nello stile di 3: il prodotto è incluso in vari piani di traffico (a partire da 10 euro al mese, con 4 GB).
I punti di forza finiscono qui. C’è da notare che la rete 4G di 3 Italia è circa la metà di quella Tim e Vodafone (copre il 42 per cento della popolazione, contro circa l’80 per cento). Il modem inoltre arriva a 150 Megabit, quindi è un Lte di categoria inferiore rispetto all’Lte Advanced che quei due operatori stanno applicando a parte delle propria rete, fino a 225 Megabit al secondo.
Forse l’aspetto più interessante di PocketCube è concettuale ed è appunto il suo essere sguardo su un futuro in cui le reti 4G serviranno a diffondere la banda ultra larga (potenzialmente a 30 Megabit) in tutta Italia. «Da qui al 2020 le reti mobili diventeranno a strati, per servire meglio le zone indoor e quelle ad alto traffico. E in questo modo saranno utili alla realizzazione del piano banda ultra larga nazionale», spiega a Nova24 Antonio Sassano, docente dell’università Sapienza di Roma e tra i massimi esperti europei di frequenze radio. «Alla normale macro cella, che copre una vasta area della città, sarà collegata quindi una cella più piccola, che a sua volte si collega a una cella ancora più piccola, vicina all’utente finale», continua. Un sistema piramidale, si potrebbe dire, che sfrutta frequenze diverse: per esempio 800 MHz (in futuro 700 MHz) per la macro cella, poi 2.100 e infine 2600 MHz per quella più piccola.
In questo modo, gli operatori possono ottimizzare le risorse disponibili. «La tecnologia 4G inoltre permette, a differenza del 3G, di usare piccole celle domestiche, collegate alla rete principale, senza bisogno di un backhauling in fibra o Adsl», aggiunge. La piccola cella (“femtocella”) diventa quindi un ripetitore diretto del segnale, aumentandone la copertura e la capacità grazie alle nuove frequenze apportate (è possibile quindi far navigare più utenti, a una velocità superiore). Nel 2020 ogni operatore gestire una rete con 300 mila stazioni radio base (molte piccolissime), contro gli attuali 14 mila. «A quel punto, quel circa 15-25 per cento della popolazione che anche al 2020 sarà sprovvisto di banda ultra larga in fibra, potrà giovarsi di buone connessioni 4G/5G a casa, su rete mobile o di tipo fixed wireless broadband», aggiunge Sassano.
Un futuro di cui il PocketCube di 3 Italia è, in qualche parte e con vari limiti, anticipatore.