Software, algoritmi, investitori ultra veloci. I mercati finanziari hanno cambiato pelle. E così il signor Rossi domanda: perché si punta tanto sul trading automatico? La risposta è articolata. In primis è rilevante il fatto che l’homo oeconomicus, postulato dell’economia classica, si è rivelato una finzione. L’investitore, come mostrato dai tempi degli esperimenti di Amos Tversky e Daniel Kahneman (premio Nobel per l’economia), non è realmente in grado di massimizzare i profitti e ridurre le perdite. Quindi, affidarsi al computer è un modo per superarne l’irrazionalità. Non solo. Incide anche il proliferare di listini elettronici diversi dai mercati tradizionali. In Europa, ad esempio, è stata la Mifid a decretare, nel 2004, il «liberi tutti» su questo fronte. In un simile contesto, sottolineano i cantori dell’algoritmo, sfruttare i software è vantaggioso. Il semplice gestore, infatti, non è in grado da solo di individuare, ad esempio, il listino dove l’esecuzione dell’ordine possa essere eseguita al meglio.

Così come è incapace di gestire la sempre maggiore mole di informazioni legata alle Borse. Una montagna di «big data» digitalizzati cui, da una parte, l’operatore non vuole rinunciare; ma che, dall’altra, solo sistemi con grande potenza di calcolo riescono a trasformare in segnali per il trading.

Già, il trading. Descritta così la rivoluzione dei robot in Borsa parrebbe senza effetti collaterali. La realtà, ovviamente, è più complicata. Un esempio? Il flash crash del 6 maggio 2010. In quell’occasione, al di là delle polemiche sulle  commissioni d’inchiesta, il contributo negativo degli Hft è innegabile. La loro presenza ha «aiutato» l’indice Dow Jones ad arrivare a perdere oltre il 9% in pochi minuti. Peraltro i repentini (e successivi rialzi) delle quotazioni sui singoli titoli avvengono in continuazione. Mini flash-crash non meno rischiosi di quelli sugli indici. Insomma, nonostante le diverse  strette regolamentari, la presenza di investitori automatici ultra-veloci pone un problema d’instabilità dei mercati.

Ma non è solo la «sicurezza» dei listini. C’è anche la cosiddetta «asimmetria tecnologica». Vale a dire: l’innovazione delle piattaforme di scambio; l’incremento della potenza di calcolo e lo sviluppo dei modelli matematici che gestiscono i prodotti finanziari richiedono molti investimenti. Le società in grado di sborsare queste somme acquistano un vantaggio competitivo. Le altre, invece, spesso   possono solo guardare.

Che dire, poi, del sempre maggiore distacco tra realtà  e prezzo del titolo? Il trader automatico, infatti, guarda all’azione come a un semplice numero. Cerca correlazioni con altri titoli. In una parola allontana l’azione da ciò che rappresenta: un’azienda con i suoi uomini, la sua attività, i suoi prodotti.  Certo, il valore di un titolo «comprende» tutto ciò che ad esso è riferito. Inclusi i fondamentali. E tuttavia, il boom  degli algoritmi «sporca» il valore segnaletico del prezzo stesso. Cioè: quando  l’algoritmo diventa Re di Borsa le sue strategie costituiscono esse stesse il riferimento del mercato. Sono i «nuovi» fondamentali senza, però, esserlo realmente.

Così alla fine la domanda è una: vogliamo che la  Borsa sia un’alternativa, per il funding delle aziende, al finanziamento bancario o un luogo dove i flash boys fanno soldi dai soldi?