Prendiamo l’Italia in questo primo scorcio di 2018: al Nord le montagne sono ricoperte da neve come non si vedeva da anni, con rischi di valanghe e intere valli bloccate, al Centro-Sud si sono registrate temperature ben al di sopra della norma. Nello stesso periodo, negli Stati Unit, la East Coast era investita da un’ondata di freddo senza precedenti con mare ghiacciato attorno a Cape Cod e squali spiaggiati dal gelo in Massachusetts, mentre in California pioggia e fango hanno seminato disastri e morte nella aree che un mese fa erano devastate dagli incendi dopo un lungo periodo di siccità.

E’ proprio il caso di dire che non ci sono più le belle stagioni di una volta. Si parla di riscaldamento globale e invece siamo in preda al gelo? ha semplificato Donald Trump che ha sempre tuonato contro il climate change, definita una “bufala” che danneggia l’industria Usa. In realtà più che di riscaldamento è più corretto parlare di cambiamento climatico, guidato certo da un fenomeno di riscaldamento accelerato del pianeta, ma che provoca fenomeni estremi. Lo conferma anche uno studio del World Weather Attribution, un consorzio di centri di ricerca da Princeton a Oxford passando da Climate Central e Royal Netherlands Meteorological Institute, che sottolinea come la realtà sia ben più complessa e articolata. Proprio partendo dall’analisi delle due settimane a cavallo di fine anno, lo studio evidenzia come ondate di freddo del genere non siano senza precedenti, ma che senz’altro registrano una netta contrazione in intensità e frequenza, con temperature che risultano quasi cinquanta volte più rare rispetto al passato (prendendo in considerazione i dati degli ultimi trent’anni).

Insomma, davvero non sono più gli inverni di una volta. Anche perché, si accompagnano a fenomeni estremi anche di segno opposto. E non è certo una novità visto che proprio questa settimana la National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) ha rivelato che quello appena concluso è stato l’anno più costoso per gli Stati Uniti a causa dei disastri naturali: uragani, incendi, alluvioni e ondate di siccità hanno comportato per il paese una bolletta totale di 306 miliardi di dollari. Di questi ben 265 miliardi sono stati provocati da tre uragani da incubo che hanno colpito il sud del Paese, a partire da Harvey in Texas, secondo solo a Katrina, che ha provocato danni per 125 miliardi. Altri 18 miliardi sono stati indotti dagli incendi fuori controllo che hanno colpito le regioni occidentali, prima di tutti la California, reduce da un lungo periodo di siccità.In tutto sono stati sedici i disastri naturali che hanno provocato danni superiori al miliardo di dollari.Il conto totale dal 1980 a oggi supera i 1.500 miliardi di dollari.

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Anche se non si possono tirare conclusioni automatiche di causa-effetto, sottolineano gli esperti, gli indizi alla base di questi fenomeni estremi puntano verso il climate change che sta modificando le correnti atmosferiche e oceaniche, con conseguenti rivoluzione del clima che coinvolge tutto il mondo. Ma non sono neanche estranei altri fattori come l’urbanizzazione, la costruzione selvaggia e le migrazioni. “Probabilmente è arrivato il momento di ripensare lo sviluppo urbano in una modalità più resiliente e sostenibile tenendo conto della maggior frequenza dei fenomeni estremi, soprattutto nelle regioni costiere”, ha affermato in una mail Susan Cutler della University of South Carolina, come riportato da Phys.org.

Intanto New York ha scelto di portare la battaglia in tribunale: il sindaco Bill de Blasio ha annunciato di voler chiedere i danni a cinque colossi petroliferi per i costi che la metropoli ha subito a causa del climate change, citando nello specifico i danni provocati dall’uragano Sandy e le previsioni secondo cui New York dovrà fare i conti sempre più frequentemente con l’aumento del livello del mare e con alluvioni. La città cita per danni “le cinque più grandi società pubbliche di combustibili fossili – ha detto de Blasio – in base al contributo al riscaldamento globale”: Bp, Chevron, ConocoPhilips, ExxonMobil e Royal Dutch Shell. Da tempo Big Oil è accusato di aver saputo dei danni connessi al climate change e al loro contributo, conducendo però campagne di disinformazione a questo riguardo per i loro profitti. Già diverse altre città, tra cui San Francisco e Santa Cruz, hanno avviato azioni simili. In più New York ha annunciato che i propri fondi pensioni disinvestiranno dalle società connesse ai combustibili fossili: una cifra stimata attorno ai 5 miliardi di dollari che sarà reinvestita nell'”energia del futuro.

La Noaa ha sottolineato inoltre che il 2017 è stato il terzo anno più caldo della storia per gli Stati Uniti, dopo il 2012 e il 2016: tutti i cinque anni più caldi si sono così registrati negli ultimi dieci anni. E quello appena finito è stato il terzo anno in cui tutti i 50 stati americani hanno registrato temperature medie più alte per l’intero anno.

Sarà anche per questo che ora anche Donald Trump (forse) inizia ad avere qualche dubbio: è “ipotizzabile” – ha detto – che gli Stati Uniti ritornino al tavolo dell’accordo di Parigi se fosse garantito un trattamento più equo. Ribadendo che si è trattato di “un pessimo accordo per gli Stati Uniti”, ma sostenendo di non avere alcun problema con l’accordo in sè.