Lo streaming, promosso come il salvatore della musica nell’era digitale, non ha trovato ancora un modello economico che soddisfi tutti gli attori. Se le major vedono ricavi in crescita, gli artisti non sono soddisfatti delle proprie royalties e le piattaforme – vedi il bilancio 2016 di Spotify – , sono in perdita pur con ricavi in forte crescita o vengono sussidiati da altri servizi, come per Apple o Amazon. Un tentativo di innovazione sociale e tecnologica viene da una piattaforma cooperativa quale Resonate.

Resonate è parte di un ecosistema di servizi che vuole rivoluzionare il rapporto tra musica, tecnologia e creatività, sostenendo gli interessi di artisti, etichette (independenti), collaboratori e fan. A differenza delle più popolari piattaforme di streaming, Resonate ha una diversa struttura organizzativa e un modello di business in cui gli artisti vengono compensati per ogni streaming. Il modello cooperativo consente a utenti e artisti, insieme ai fondatori e ai lavoratori dell’impresa, di concorrere nelle decisioni sulla direzione e sulle priorità di sviluppo di servizi e funzioni. Loomio è la piattaforma collaborativa utilizzata per prendere decisioni, pesate in modo diverso per ognuno dei tre gruppi portatori di interesse. Per partecipare è sufficiente comprare una quota per 5 dollari.

Il modello di business, più equo nei confronti degli artisti – 1264 musicisti attivi e 164 etichette a giugno 2017 – prevede un compenso ibrido chiamato “stream to own” (stream per possedere). Più si ascolta una canzone, più aumenta il costo del singolo streaming (2 centesimi il primo), che raddoppia, fino alla nona riproduzione, momento in cui l’utente diventa proprietario del file del brano e può riprodurlo senza limiti, a costo zero. In questo modo, un utente che ascolta in media Resonate per due ore al giorno, si trova a pagare 2-4 $ al mese. Molto meno degli abbonamenti mensili che in media costano 10 €, ma con un compenso medio per artista che supera 1500 dollari al mese, contro i 600 $ della concorrenza. Tutte le transazioni e i metadati relativi sono gestiti attraverso Blockchain, garantendo così in maniera trasparente e verificata tutte le parti. I profitti generati sono ripartiti tra artisti ed etichette (45%), fan (35%) e piattaforma (20%), così da stimolare ogni parte a promuovere e a impegnarsi nel progetto.

Sulla tecnologia Blockchain si concentra anche l’attenzione di Mycelia for Music, progetto lanciato dalla cantante Imogen Heap. L’obiettivo è sfruttare questa tecnologia per abilitare un mercato della musica etico, innovativo e commercialmente sostenibile. La stessa artista, nel 2015, è stata la prima a pubblicare la canzone “Tiny Human” con un contratto con l’etichetta discografica che ha fondato su Blockchain la gestione di diritti, pagamenti e proprietà intellettuale.

Le contaminazioni tra musica e tecnologia abilitante, con lo scopo di compensare equamente gli artisti, avvengono anche in eventi quali il Music Tech Festival. Un network globale, attivo dal 2012, che promuove eventi, workshop, hackathon e altri incontri dove sviluppatori, musicisti e innovatori si confrontano e sviluppano insieme idee, progetti e sperimentazione.

Il futuro della musica digitale è ancora tutto da scrivere.