Cos’è una banca? È sostanzialmente una entità fatta di uomini e computer: la merce è immateriale, ma da tempo ormai l’informatica è la catena di produzione della banca. «Per questo – dice Massimo Milanta, chief information officer del gruppo Unicredit – l’It è presente in banca da molto, anche se negli ultimi anni ha cambiato radicalmente volto». Il nuovo volto è quello di un soggetto in cui l’Information technology sia parte integrata di tutti i processi, coinvolta sin dall’inizio nella creazione dei nuovi prodotti, capace di ispirare nuove linee di business come i Big data.

Ormai Milanta considera da tempo obsoleto  il dibattito se la tecnologia informatica sia uno strumento per aumentare l’efficienza dell’esistente oppure generi nuove opportunità: «Ho sempre pensato che l’informatica generi valore anche quando si diceva l’opposto, adesso per fortuna il dibattito è arrivato al termine. È ormai  evidente che questo è un mondo digitale, che l’It non è più neanche una scelta strategica ma di necessità: l’informatica ha una importanza strategica come abilitatore del business e come guida della crescita ed evoluzione della banca».

Il mondo tecnologico delle banche è infatti radicalmente cambiato, sia verso l’interno che verso l’esterno. Il Centro elaborazione dati ha lasciato posto ai più moderni data center dove oltre ai server fisici contano le macchine virtuali. Punto centrale oggi è la gestione della tecnologia su cloud privato, erogata come servizio, e la destrutturazione delle tradizionali postazioni fisse legate a pochi software per favorire la liquidità delle informazioni. «Una volta l’It erano i canali diretti – dice Milanta – come i vecchi online trading, adesso stiamo assistendo al progressivo spostamento dell’operatività bancaria dalla filiale tradizionale ai canali digitali. Una volta era il call center automatizzato, adesso sono i social media. Bisogna rivedere tutto: quando si va sui canali digitali cambiano le aspettative, le tempistiche attese dalla clientela, la velocità delle operazioni».

La tecnologia non è solo opportunità di generare nuove linee di business fuori dalla banca, ma anche opportunità per trasformare i processi interni. La cosa ha ancora più significato quando il gruppo bancario, come nel caso di Unicredit, ha dimensioni internazionali, con numerose filiali, banche controllate, sportelli all’estero. La banca non sta investendo solo su nuovi canali per incontrare la sua clientela, ma anche sulla smaterializzazione completa dei processi interni: «Via alla carta, pensiamo alla digitalizzazione di tutto, sin dal primo anello della catena, per consentire tempi di risposta compatibili con le aspettative e una maggiore flessibilità», dice Milanta. Questa è la superficie, un modo migliore per fare quel che già si faceva. Ma andando in profondità, si trova di più.

Unicredit è anche una delle poche realtà italiane le cui dimensioni consentono realmente di parlare di Big Data. L’aspetto trasformativo, l’importanza di dominare la mole di dati veloce, variegata e in grandi volumi che travolge le organizzazioni, è nella maggior parte dei casi un mito, un orizzonte disegnato dai venditori di tecnologia che, nella realtà delle Pmi, hanno poco a che trovare. Invece, per le poche aziende italiane delle dimensioni paragonabili a Unicredit, il termine “Big Data” suona di attualità sconcertante: «Ogni giorno Unicredit processa una mole di dati paragonabile a quello che vedevamo in un intero decennio, venti o trent’anni fa. E continua ad accelerare», dice Milanta.

Big Data vuol dire una mole impressionante di dati che deve essere vista come un patrimonio informativo unico. Una opportunità per mettere assieme le informazioni, aggregarle in maniera tale che aiutino a prevedere gli eventi. Una raccolta dati onerosa, che però può diventare un’opportunità: «Dobbiamo raccogliere e organizzare molte informazioni in prima istanza su richiesta dei regolatori che ce lo chiedono per la gestione del rischio, per le nostre attività di reporting. Sulla base di questo noi crediamo che possa essere un valore, con l’aiuto delle tecnologie, per i nostri clienti. I dati aggregati sul comportamento della loro clientela sono utili ai nostri clienti business. Crediamo sia un valore perché noi siamo contemporaneamente un grande contenitore di dati e garantiamo criteri di riservatezza, aderenza alle leggi e via dicendo che altre organizzazioni meno governate di una banca non possono garantire».

In questo viaggio attraverso la trasformazione di una banca grazie all’It, che ripercorre le epoche in cui i primi grandi calcolatori sono arrivati nei centri dati sino alla nuvola che oggi permette di erogare le risorse It alle differenti divisioni interne come un servizio, sia per uso interno che per costruire servizi per la clientela, emerge una discontinuità forte. L’It, un tempo patrimonio degli informatici e degli operatori negli uffici, oggi è cultura diffusa, trasversale: non un evento casuale, ma lo sforzo di continua formazione del personale alle nuove modalità di pensiero oltre che di lavoro, che arrivano anche ai dirigenti e ai vertici della banca. «Gli investimenti ad esempio in sicurezza contro il cybercrimine e per garantire la continuità dei servizi che eroghiamo – dice Milanta – arrivano con il pieno supporto del board, perché negli ultimi anni è stata grande la maturazione di tutta la banca».

Nelle ultime survey interne la totalità del management è convinta che l’It abbia una importanza strategica come abilitatore del business e guida per la crescita della banca. Per di più in una situazione in cui la redditività langue e il 2013 si è chiuso con una perdita netta record di 14 miliardi da svalutazioni su avviamento e accantonamenti aggiuntivi su crediti, secondo quanto annunciato ieri dal gruppo. Il piano strategico di Unicredit prevede una riduzione di 8.500 dipendenti entro il 2018. Di questi 5.700 saranno in Italia. «Una percezione, quella di abilitatore della crescita, che poi noi dell’It dobbiamo soddisfare», dice Milanta. Che crede in un approccio differente da quelli tradizionali: «L’It non può ovviamente fare tutto, però deve essere coinvolto fin dal principio nella modellazione delle nuove idee e dei nuovi prodotti, perché a volte la realtà della tecnologia supera la fantasia». Progetti più brevi, molto iterativi, con risultati parziali che si raffinano rapidamente nel tempo, seguendo una metolodologia che gli americani definisco “agile”: è la nuova realtà delle attività di business che corrono sulla tecnologia. «Facciamo centinaia di progetti all’anno – conclude Milanta – e lavoriamo assieme alla parte business. L’It non è un fortino chiuso. Anzi… Voglio una parte business della banca che conosce l’It perché si lavora meglio assieme, ognuno con le proprie specificità, se però si sa anche cosa fanno gli altri».

Oggi l’informatica è in parte il business e i principi dell’It condizionano la costruzione dei progetti tanto quanto le regole della finanza o dell’economia.