“Nel mondo di oggi, sembra sempre che l’ultimo disastro naturale sia il peggiore”. Ma non sempre è così. Basta pensare che l’uragano Katrina è citato oggi come indicatore del peggior uragano possibile, ma i suoi duemila morti impallidiscono di fronte ai 300mila morti stimati in seguito del ciclone che colpì l’area del Bangladesh nel 1970. “Comprendere con esattezza la gravità di alcuni fenomeni nel passato costituisce una parte integrante della preparazione al futuro”. Ad affermarlo è Randy Cerveny, professore di geografia e pianificazione urbana all’Arizona State University nonché depositario del registro degli eventi estremi per conto della World Meteorological Organisation.

Per la prima volta la Wmo non si è limitata al suo solito compito. Nelle pagine in cui elenca i dati tradizionali, dalle temperature alla pioggia, dall’aridità alla pressione, a livello globale, ha aggiunto anche i dati storici sui fenomeni atmosferici estremi più sanguinosi in termini di vittime umane, messi insieme da un comitato di 19 esperti. Questi dati saranno ampliati in futuro per tenere conto anche degli eventi più legati al climate change, come alluvioni e ondate di siccità.

Il Bangladesh ha così il triste primato per quanto riguarda i cicloni tropicali per l’evento del 1970, ma anche il record per il tornado a mortalità più elevata, quello che nel 1989 ha colpito la provincia di Manikganj, provocando la morte di circa 1300 persone. La peggior grandinata della storia è stata sempre nell’area, nei pressi di Moradabad, in India che nel lontano 1888 ha causato 246 morti. Venendo ai lampi, l’evento più tragico indiretto è stato l’incendio provocato da un fulmine di una petroliera a Dronka, in Egitto, nel 1994 in cui sono decedute 469 persone, mentre in Zimbabwe un singolo fulmine ha portato a 21 morti.

CARTINA

 

“Questo genere di dati legati a eventi estremi fornisce una base di numeri molto utili per confrontare la gravità dei fenomeni futuri”, ha affermato Cerveny. “Gli eventi estremi provocano danni seri e ingenti perdite di vite umane – gli ha fatto eco il segretario generale della Wmo, Petteri Taalas -: l’impatto umano conseguente a questi fenomeni estremi non deve mai andare perduta”.

“Con il cambiamento climatico in corso, e la popolazione mondiale in crescita, una più ampia fetta di umanità è minacciata da una moltitudine di fenomeni meteorologici e climatici – scrivono gli esperti Onu -. Tuttavia la vulnerabilità non dipende solo dal rischio di un evento, ma anche dall’adattamento e dalla resilienza”. La speranza insomma è che ampliando la conoscenza sui disastri del passato si possano ridurre gli effetti di quelli futuri. Che con il climate change rischiano di essere sempre più frequenti ed estremi.

D’altra parte un nuovo studio di ricercatori americani, tra Chicago, California e Hawaii ha messo in guardia dai rischi derivanti dal cambiamento climatico per le regioni costiere: un aumento tra 10 e 20 centimetri del livello degli oceani entro il 2050 – una stima che appare al momento conservativa – avrebbe l’effetto di raddoppiare il rischio di alluvioni e allagamenti alle latitudini settentrionali. Ma per il raddoppio nelle aree tropicali basterà un rialzo dei mari contentuo alla metà.