L’Europa ha cambiato marcia. È questo il messaggio che emerge nettissimo da The State of European Tech, la terza edizione del report di Atomico, il fondo di venture capital specializzato nell’hi-tech europeo. “Il nostro settore tecnologico non è mai stato così forte – sottolinea Tom Wehmeier, partner di Atomico che ha presentato il report a Slush, la kermesse finlandese che ha richiamato oltre 3500 startup e 20mila partecipanti a Helsinki – solo qualche anno fa ci si chiedeva se l’Europa potesse competere con gli Usa, mentre oggi abbiamo un ecosistema hi-tech robusto e con un’impronta originale”.

I numeri a sostegno di questa fotografia non mancano. Il Vecchio continente può contare su 5,5 milioni di sviluppatori, contro i 4,4 degli Usa. “È una bacino di talento formidabile – osserva Wehmeier – perché questi profili sono la risorsa scarsa e la vera linfa dell’innovazione”. Il report, basato su una rilevazione in tutta Europa su 3500 aziende alla quale ha contribuito anche il network creato da Slush, mostra che nel 2017 gli occupati del settore tecnologico europeo sono cresciuti tre volte più rapidamente rispetto al resto dell’economia che segna appena +0,8% secondo la Commissione Europea.

Un segnale in linea con gli investimenti in Vc che si avviano a chiudere l’anno con 19 miliardi di euro di deal, rispetto ai 10 miliardi investiti del 2016. “Anche i ritorni per chi investe mostrano ottime performance in Europa con Ipo che remuneano gli investimenti meglio che negli Usa” spiega Wehmeier che per il futuro indica tre sfide per il continente.

Tom Wehmeier
Tom Wehmeier

La prima è la specializzazione con un’avanzata massiccia di aziende di “deep tech” quelle innovazioni basate su scoperte e ritrovati provenienti dalla ricerca fondamentale e per questo difficilmente replicabili. È un settore nel quale l’Europa è molto prolifica (uno degli ultimi esempi è la finlandese Varjo che sta sviluppando una nuova generazione di visori da realtà virtuale basati già aquistati da Bmw, Audi e Volkswagen) e di cui in passato hanno approfittato le aziende Usa. Ne sono un esempio Alexa, l’assistente vocale di Amazon attivato a voce, in parte realizzato da un team di ingegneri di Cambridge, acquisiti tramite l’acquisto di Evi Technologies; il drone Aquila di Facebook, messo a punto nel Somerset, dove Facebook ha acquistato Ascenta, mentre Google ha costruito un suo centro ingegneristico a Zurigo e acquisito Deep Mind in Gran Bretagna per farne il cuore della sua ricerca sull’intelligenza artificiale. “L’Europa non è destinata a diventare una mangiatoia per grandi aziende e molti imprenditori europei sapranno far crescere le loro aziende” assicura Wehmeier.

La seconda sfida è quella di collegare l’innovazione con le grandi industrie tipicamente europee come la logistica dei trasporti e la salute. “Le opportunità non mancano e neppure i capitali – sottolinea il partner di Atomico – con 1,5 milione di miliardi di euro l’Europa è al primo posto per liquidità non investita in ambito tecnologico che aspetta di trovare dei moltiplicatori vantaggiosi”.

Il terzo, ma non meno importante capitolo è quello della regolamentazione delle nuove tecnologie e dei nuovi modelli di business. Anche su questo le aziende europee sembrano in pole position sia perché hanno scelto di essere meno disruptive di molte statunitensi (basta confrontare il successo di BlaBlaCar con le vicissitudini di Uber e AirBnB), ma anche per l’approccio al mondo industriale.

L’Italia che ruolo può avere in questo scenario? Nel report non spicchiamo ai vertici forse anche per le metriche adottate (per esempio i meetup tra innovatori e startup) che premiano soprattutto i paesi nordici, ma ciò che preoccupa di più e la modesta capacità di attrarre investimenti che nel 2017 rimane in linea con il periodo 2012-2016 e un terzo di paesi assai più piccoli come Irlanda e Finlandia. La stessa Milano, faro dell’innovazione e degli investimenti a livello nazionale, non appare nelle classifiche degli hub internazionali dove invece emergono Barcellona e Monaco. Siamo inoltre quinti su dieci come paese d’origine dei talenti ma ultimi per attrazione. “Nonostante il suo Pil di 1,85 mila miliardi – osserva nel report la partner di Atomico Camilla Brocado, “l’Italia non sembra ancora riuscita a creare un ecosistema di venture capital proporzionato al suo potenziale”.