Utilizzare gli open data per realizzare prodotti e servizi. Cresce anche in Italia il settore delle aziende che fanno business grazie ai dati messi a disposizione dalla pubblica amministrazione. E ora un censimento prova a raccontare questa realtà.

Si tratta di Opendata200, progetto curato da GovLab, centro di ricerca della New York University, e dalla Fondazione Bruno Kessler, istituto con sede a Trento. Un’iniziativa che ricalca Opendata500, analogo e più corposo censimento dedicato alle aziende americane che lavorano con i dati aperti. Attività che pone da subito un quesito: se si tratta di informazioni liberamente accessibili da parte di chiunque, come si può guadagnare? «Attraverso la rielaborazione di questi dati e l’aggregazione con altri, anche privati», spiega Francesca De Chiara, la ricercatrice che ha realizzato l’indagine, «non è detto che gli open data debbano essere la risorsa unica». Ma rappresentano comunque la base di partenza. «Abbiamo casi di startup che senza gli open data non sarebbero potute nascere».

Ad oggi sono 200 le realtà censite, anche se in questa fase sono state rilasciate le statistiche relative solo ad un gruppo di 55. Le prime ad aver risposto al questionario che De Chiara ha inviato alle aziende italiane che operano con gli open data. Poco meno della metà, il 47%, lavora offrendo servizi ad altre imprese. Marginale la quota di realtà B2C (17%), mentre un terzo delle società censite ha come cliente la pubblica amministrazione. La stessa, cioè, che ha messo a disposizione i dati elaborati. I dataset più richiesti ed utilizzati sono quelli geospaziali. Ed è curioso scoprire, ad esempio, che un file molto richiesto sia quello delle farmacie geolocalizzate. Reso disponibile dal ministero della Salute ed utilizzato soprattutto da aziende attive nel settore del turismo. Che, evidentemente, hanno necessità di fornire questo tipo di informazione ai propri clienti.

Il settore cresce, insomma, ma non mancano le difficoltà. «Il vero problema resta la qualità dei dati, ce lo hanno confermato molte aziende», sottolinea De Chiara, «occorre mettere in piedi un sistema di verifica della loro validità, lavorare sulla tempestivtà e sull’aggiornamento, così da garantire la massima affidabilità». Occorre poi che anche le aziende comincino a rendere accessibili i propri dati. «I dataset di alto valore commerciale non sono aperti». Ed è necessario sincronizzare domanda ed offerta: «le pubbliche amministrazioni hanno bisogno di supporto altrimenti non sanno quali dati aprire dato che non conoscono i bisogni delle aziende o non riescono ad evaderli in maniera sistematica».

Anche per questo motivo, lo studio non è chiuso. «È un living study, continuiamo nel monitoraggio e altre aziende possono partecipare compilando il questionario» disponibile sul sito italy.opendata500.com. Prosegue anche il rilascio di quanto raccolto finora: «abbiamo raccolto informazioni sui desiderata delle aziende e sulle difficoltà che incontrano nell’utilizzo dei dati aperti». Informazioni che saranno elaborate e rilasciate nei prossimi mesi, ulteriore contributo alla crescita di questo settore.