Si sostiene che in Italia le scuole per diventare game developer siano poche. Numeri alla mano, potrebbe sorgere il dubbio opposto. Ma si vada con ordine. Fare videogiochi è fra i lavori migliori al mondo. Lo suggeriva già nel 2013 una classifica di “Cnn Money” basata su parametri quali salario medio, possibilità di carriera in 10 anni e margini di crescita del settore, che attestavano lo sviluppo dei videogiochi al quindicesimo posto fra i 100 impieghi più raccomandabili negli Stati Uniti.

Lungi dal confermare la tesi – in media un programmatore videoludico europeo è per esempio meno pagato di un pari grado in ambito diverso -, è più interessante notare come in Italia la crescita del settore in termini produttivi corrisponda all’aumento di scuole specializzate e percorsi formativi pubblici o privati.

Nulla di eclatante: a fronte del consumo di circa un miliardo di euro l’anno, l’Italia che fa videogame ne fattura circa 20 milioni in tutto e impiega meno di 1000 persone (fonte Aesvi/Ask Bocconi, 2014). Ma il prossimo censimento, a ottobre, dovrebbe rilevare un incremento sensibile. E appunto seguito anche dal numero di chi decide di trasformare la passione per il gaming in un lavoro. Rimane un dubbio, quello espresso numeri alla mano: quanti degli studenti, una volta completata la formazione, potranno essere assorbiti dal comparto in Italia?

Perché a breve l’offerta sarà significativa.

Nel biennio 2016/17 si laureeranno i primi 40 iscritti a Informatica con percorso “Video game” dell’Università Statale di Milano e quelli in “Comunicazione digitale – Indirizzo animazione e videogiochi” dello Iudav di Pozzuoli.

Nel caso milanese si tratta della prima laurea magistrale in Informatica con piani di studio specifici erogata da un’università pubblica italiana (costi medi per il biennio: 3mila euro). Inaugurato a ottobre 2014, il percorso didattico è stato pensato con l’Associazione Editori e Sviluppatori Videogiochi Italiani per soddisfare le richieste formative identificate dai soci. Non è fortuito che fra partner e sostenitori l’ateneo elenchi aziende come Ubisoft, Milestone, Digital Tales e Forge Reply. E che da “New Game Designer”, sorta di saggio annuale con attività correlate di orientamento ed expo, abbiano già attinto diverse aziende italiane, la britannica Creative Assembly e gli studi esteri di Ubisoft.

È identico l’obbiettivo dell’Istituto Universitario Digitale di Animazione e Videogiochi campano: nato in seno alla Fondazione Children Media e grazie a un accordo con Link Campus University di Roma, propone ai suoi 60 studenti una laurea triennale (per 17mila euro complessivi) e la possibilità di stage con i partner aziendali, da Artematica Entertainment a Balzo o Be2Bit.

Sempre Link Campus University, accademia non statale capitolina, a novembre inaugurerà il terzo anno di Vigamus Academy, con laurea triennale (18500 euro complessivi) e magistrale (12500 euro): ai 116 studenti in corso sono proposti anche outdoor lab o approfondimenti estivi, nonché promessi stage professionalizzanti presso le realtà partner, da Bandai Namco Italia a Koch Media Italia, da Crytek a Quantic Dream.

E se per trovare corsi universitari pubblici occorre tornare a Milano, al Politecnico, dove dal 2010 gli studenti di Ingegneria informatica (anche della Statale) e dal 2014 quelli della scuola di Design possono seguire le ore di “Videogame design and programming”, il primo master è veronese: il corso post-laurea esiste dal 2009, costa 4530 euro, implica 320 ore di didattica frontale, lo organizza il Dipartimento di Informatica dell’Università di Verona e a oggi ha diplomato 80 developer al 70% impiegati fra Milestone, Ubisoft Milan, Badseed e Creative Assembly.

Sarà orientato allo sviluppo di giochi capaci di «comunicare idee ed emozioni profonde attraverso il gameplay» il master che Iulm, l’università privata milanese, inaugurerà a ottobre (13500 euro l’iscrizione per i cittadini europei, 15mila per gli altri). Diretto da Matteo Bittanti e coordinato da Pietro Righi Riva, metà del game studio Santa Ragione, il corso di 10 mesi in inglese sarà finalizzato alla progettazione, realizzazione e promozione di un videogioco affidato a ognuno dei 30 ammessi. Orientato all’internazionalità, comprenderà una trasferta alla Game Developer Conference di San Francisco e la presentazione dei giochi realizzati a competizioni e festival esteri (dallo statunitense “IndieCade & Fantastic Arcade” al brasiliano “File”, si scrive online).

Indicativa dell’interesse crescente per il settore è anche la storia di Event Horizon: fondata da Daniele Scerra a Torino nel 2013 e forte di una joint venture con la Scuola Internazionale di Comics, la “School of Digital Art” è passata in tre anni da un corso a 22 (a settembre ne saranno inaugurati altri 6), e da 8 a 500 allievi, distribuiti anche nelle altre sedi di Milano, Firenze, Jesi, Pescara e Padova, appena inaugurata.

Focalizzati su visual art, 3d, effetti visivi, illustrazione, concept art e animazione, i corsi, di una durata compresa fra le 45 e le 400 ore complessive e dal costo medio di 3mila euro, contemplano ciascuno la possibilità di stage presso studi affiliati all’estero e in Italia. Come quelli di T-Union, associazione di sviluppatori indipendenti piemontesi e lombardi costituita da 34BigThings, Mixed Bag, Tiny Bull Studios, Digital Distillery, Broken Arms Games e Brain in the Box, o come Gamera Interactive, che a Padova inaugurerà anche il corso in Production.

Non sembra da meno Digital Bros Games Academy. Al via dallo scorso 22 marzo, il secondo anno ha raddoppiato numero dei corsisti e offerta didattica. Con tre corsi principali, in game design, programmazione e animazione in 2 e 3 dimensioni, la scuola milanese nata in seno alla multinazionale Digital Bros sta formando 68 studenti da 15 regioni italiane (iscriversi costa 7mila euro). Profili più strutturati ed età crescente degli iscritti, di 25 anni ma con un aumento di trenta e quarantenni rispetto al 2015, testimoniano quanto acquisire competenze nel settore sia vissuto come un percorso specialistico e non di rado integrativo o successivo alla laurea. Motivo per cui non stupiscono neanche in questo caso l’intenzione di formare profili job ready e le partnership con studi come Ovosonico, alittleb.it Just Funny Games, Studio Evil o 505 Games.

Perché se è vero che uno sviluppatore videoludico a parità di competenze è meno pagato di un omologo che lavori altrove, il motivo è il cosiddetto “wannabe factor”. Altissimo fra le giovani leve.

Detto altrimenti, sì, sono tutti convinti che fare videogiochi sia fra i mestieri più belli al mondo. Sul farli in Italia, la stessa sicurezza sembra ancora prematura.