Lara Croft non è Super Mario. Sono “antichi” uguali ma mentre l’idraulico si può permettere di essere sempre uguale a se stesso l’archeologa, dopo undici videogiochi che la vedono protagonista su un arco temporale che compre 19 anni, deve inventarsi qualcosa di nuovo. In The Rise of Tomb Raider uscito a inizio novembre in esclusiva per Xbox One e Xbox 360, troviamo una Lara a più dimensioni. Già nel 2013 Crystal Dynamics e Square Enix con Tomb Raider ci avevano stupito con una eroina più giovane e meno di plastica. Non era Rosa Luxemburg da adolescente ma per una volta l’archeologa creata da Toby Gallard non si imponeva più solo per doti ginniche e bellezza. In The Rise of Tomb Raider gli autori non hanno perso l’abbrivio del 2013. Fa il suo ingresso, non prepotente ma neanche sullo sfondo, la figura del padre. Viene un pochino approfondita la relazione con Lord Richard. Quel tanto da rendere Lara un pelino intrigante, meno scontata anche per i fan della prima ora.

Cosa ci piace. Lara ci porterà in Siria e sugli altopiani della Siberia. Torneremo a frugare tra le tombe per entrare in possesso della Sorgente di Vita, una specie di Arca dell’Alleanza con il potere di donare la vita eterna. Nell’avventura ce la vedremo con una setta di “estremisti” cattolici e con i soliti contrabbandieri violenti, sporchi e cattivi. Una novità è che il gioco riesce a introdurre dinamiche da open world all’interno di un adventure tradizionale. Il mix dà respiro anche perché la grafica ha stile.

Cosa non ci è piaciuto. Troppe le assonanze con Indiana Jones. Poi, come ci ha abituato in Tomb Raider, Lara prenderà un sacco di botte, combatterà come una tigre e cadrà ripetutamente ciondolando a destra e manca. Alle volte gliene capitano davvero troppe. Ma è anche il suo bello.