Più connesso e più consapevole nel riconoscere le bufale che popolano i media digitali e sociali. O forse più illuso di riuscire a orientarsi meglio tra le pieghe di una rete nella quale si annidano sempre più fake news. Certamente più propenso ad ascoltare le proprie cerchie di contatti sui social media e meno affascinato dai pareri di esperti, stampa, istituzioni. Insomma, in ascolto dei propri personali social influencer, più annoiato dai leader competenti. Ecco l’identikit del nuovo consumatore di informazione, figura sempre più ibrida e di fatto maggiormente alfabetizzata al digitale. Questo profilo emerge dalla ricerca dell’Osservatorio sui cambiamenti del consumo di informazione News Italia del laboratorio di ricerca sulla comunicazione avanzata LaRICA, realtà dell’Università di Urbino “Carlo Bo”.

La ricerca fotografa il consumo annuale dell’informazione degli italiani. E lo fa ormai da sette anni, registrando nel tempo una diminuzione della fiducia nei media tradizionali. In questo 2017 gli studiosi hanno messo a fuoco le trasformazioni dell’ecosistema dell’informazione in Italia, dedicandosi prevalentemente alla circolazione delle notizie della rete. Dai dati emerge come il 70% degli italiani affermi di informarsi attraverso Internet. E addirittura il 34% degli italiani lo faccia dai social media, in modo specifico da Facebook o Twitter. Fra coloro che usano Internet il 53% dichiara di incontrare in rete spesso notizie parzialmente o completamente false. E un 21% afferma di aver condiviso – consapevolmente o meno – una notizia falsa in rete. Una percentuale alta, ma in linea con altre analoghe ricerche su mercati differenti, in testa quello anglosassone. Ma non per questo si abbandona la navigazione verso acque ritenute più sicure. Ovvero non si decide di tornare ai media tradizionali: in generale gli intervistati credono più a blog e motori di ricerca (62%) che ai giornalisti di carta stampata, radio o televisione (48%).

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La “caduta” degli esperti

Al centro c’è il concetto di fiducia, che oggi di fatto si accresce online. Così giornali e tv affievoliscono il loro potere persuasivo, mentre si accresce quello legato ai media digitali e sociali. Con una nuova primavera vissuta dalla radio, storico mezzo mainstream oggi tornato a risplendere nel consumo mediatico. «Abbiamo registrato una maggiore fiducia nella rete, nonostante nella percezione degli italiani sia popolata da notizie false. Ma emerge una consapevolezza di questo limite e una evidenziazione positiva del confronto con gli altri media mainstream», afferma Lella Mazzoli, direttore del laboratorio LaRICA e a capo dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino. «Pur avendo la percezione che la bufala nasca di fatto con la rete gli italiani sostengono che da sempre il mainstream ha fornito informazione di parte e si ritengono pronti a sdoganare l’informazione scorretta online, verificando grazie a sistemi di fact-checking. Quindi Internet appare più credibile, soprattutto per coloro che lo usano come fonte primaria di informazione», precisa Mazzoli. Emerge questa necessità di interazione, di coinvolgimento, di attivazione rispetto ad un accesso alla fonte vissuto prima come statico, passivo. «Il giornale lo guardo ma rimane lì, la rete consente un flusso dinamico».

Vaccini, migranti, alluvioni, politica estera, Trump. Tutto entra in questo stream incessante, rilavorato dalle proprie cerchie. «Paradossalmente gli italiani dicono che si informano meglio dai social e dalle pagine Facebook degli amici piuttosto che dalle fanpage dei professionisti».

È la potenza della tribù, che consente una maggiore immedesimazione e la possibilità di non essere contraddetti. «Questo ascolto delle community vicine a noi emerge anche nell’informazione culturale: mostre, proiezioni cinematografiche, spettacoli di ogni sorta ci vengono segnalati dalla nostra tribù in una dinamica autoreferenziale», conclude Mazzoli, che illustrerà questi dati sull’informazione al prossimo Festival del Giornalismo Culturale, in programma dal 12 al 15 ottobre a Urbino.

Crollano così le certezze degli esperti, che sono ritenuti talvolta meno credibili in una logica di disintermediazione che mette in discussione le figure che prima detenevano l’informazione, erogandola in modo unidirezionale. Ma aumenta la consapevolezza di essere in grado di riuscire a individuare una fake-news. Lo afferma l’80% degli intervistati, a fronte di un 16% in difficoltà nel saper decifrare il messaggio.

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Prove tecniche per “smascherare” le fake news

La forza della propria tribù si lega alle proprie passioni, esperienze professionali, percorsi di vita. Per contrastare la tribù e la moltiplicazione delle fake news – e più in generale l’idea della paura del confronto – non basta argomentare con numeri, dati, ricerche, fotografie oggettive. Occorre conquistare il lettore, portandolo sul proprio terreno di gioco.

È quanto emerge anche da un recente studio dell’Università di Venezia: questa ricerca si sofferma su fake news e scienza. E sottolinea come lo “smontare” le bufale online con numeri e dati alla mano serve solo in parte per via della polarizzazione degli utenti, in una logica di ambienti autoreferenziali con la propria tribù. Invece ottiene più risultati l’uso di un approccio più aperto e morbido, empatico, che promuova una narrazione anche personale. Non solo numeri: ci vuole anche empatia e narrazione.

«Il debunking non serve se non a quelli che già sono di quella tesi, perché non fa uscire dalle echo chamber, ovvero dalle stanze dell’eco. Al massimo riesce a incrociare gli utenti più coinvolti in una narrazione e fomenta la polarizzazione e la cristallizzazione delle posizioni», ha affermato all’agenzia Agi Walter Quattrociocchi, coordinatore del Css Lab presso l’Imt School for Advanced Studies di Lucca e co-autore della ricerca “Debunking in a world of tribes”, scaricabile da Plus One. «I social aggregano persone intorno a interessi comuni che suscitano l’inquadramento collettivo delle narrazioni e delle visioni del mondo. Tuttavia in un ambiente così disintermediato la disinformazione è pervasiva e spesso vengono intrapresi tentativi di declassamento per contrastare questa tendenza. Quattrociocchi esamina l’efficacia del debugging su Facebook attraverso un’analisi quantitativa di 54 milioni di utenti per un periodo di cinque anni, confrontando profili che consumano le informazioni scientifiche con quelle non sostanziate simili alla cospirazione su Facebook. I risultati confermano l’esistenza di camere dell’eco. L’analisi del sentiment rivela una negatività dominante nei commenti dei post di debugging, si legge nell’abstract.

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Le narrazioni anti-fake

Post dopo post e tweet dopo tweet, c’è chi prova a riedificare l’informazione, buttando giù le false credenze delle fake news e riabilitando la verità con una narrazione efficace, seria, appassionata, circostanziata da numeri e supportata da link di approfondimento.

Si distingue in rete la felice esperienza di Valigia Blu, il blog collettivo sul mondo del giornalismo che cambia fondato da Arianna Ciccone, fondatrice del Festival del Giornalismo di Perugia. Ma c’è anche chi sceglie i media sociali come piattaforma di atterraggio per un nuovo storytelling: è il caso della fanpage Te lo spiego o del canale YouTube Do you Speak Science o ancora del progetto Biologia in 3D del team bolognese di Formica Blu. Tentativi per andare oltre le fake news, provando ad abbattere le stanze dell’eco. Per capire se c’è davvero in rete chi ascolta, mettendo in discussione le proprie convinzioni.