La seconda stagione di Destiny 2 è iniziata.  Progetto di respiro decennale, budget da 500 milioni di dollari, ambizioni alla World of Warcraft per un gioco nato nel 2014 e che oggi conta su un pubblico di 32 milioni di persone.  Gli sviluppatori di Bungie hanno immaginato una saga fantascientifica enorme, accessibile e destinata a ospitare gruppi di giocatori per una sfidarsi in una guerra che non vuole vedere una fine. Destiny 2 non è semplicemente uno sparatutto dove si spara tanto e bene con ambientazioni da copertina dei libri di fantascienza anni Ottanta. E’ sopratutto una comunità di giocatori che condividono uno spazio virtuale, delle regole e consuetudini. Per funzionare i Massively multiplayer online game devono sapere adattarsi alle necessità di chi li vive. Dopo tre anni dal lancio hanno dimostrato di sapere ascoltare critiche e apprezzamenti di una comunità vastissima di giocatori. Destiny 2 proprio per questo non è molto diverso dal primo Destiny. E’ migliore pur mantenendo tutti i difetti di un gioco con una storia che resta poco interessante ma è raccontata meglio. Il cattivo questa volta è Ghaul, il capo dei Cabal che ha invaso la Terra per togliere la Luce ai Guardiani e darla al proprio popolo. Si inizia con una distruzione, la base viene attaccata e distrutta, il misterioso Viaggiatore imprigionato e i Guardiani in fuga. Le missioni finalmente sembrano più connesse, sono state riviste anche le abilità delle tre classi disponibili (ovvero Titano, Stregone e Cacciatore).

Nessuna di queste migliorie però spiega il clamore e il successo di Destiny. Quello che è accaduto con il titolo di Bungie è la nascita di una comunità di amici o pseudo-amici che ha aspettava un pretesto per ritrovarsi quando il gioco ha cominciato a essere ripetitivo. Chi ha frequentato giochi di ruolo online non è nuovo a questo tipo di adunanze. Il merito di Activision e Bungie è forse quello di avere saputo ascoltare i desiderata dei propri “Guardiani”. Nei mondi virtuale viene registrato tutto di quello che accade al loro interno. Sanno chi siamo, quanto giochiamo, come giochiamo e con chi.  La vera sfida sarà quella di cambiare tutto quando cominceremo ad annoiarci. Quando saltare, correre e combattere con un fucile in mano non sarà più così divertente. Probabilmente occorrerà aggiungere altri gameplay, componenti strategiche o manageriali. Inventare qualcosa di nuovo perché forse alla lunga sparare su ogni cosa che si muove non sarà sempre così attraente. Il vero destino di Destiny allora potrà essere o quello di accontentarsi di diventare una nuova piattaforma di eSport oppure terreno di sperimentazione di un nuovo genere di gioco. O nessuna di queste due ipotesi. Perché la persistenza dei mondi virtuali persistenti forse non è legata alla qualità dei contenuti. Bensì alle relazioni di fratellanza che nascono online. Relazioni che non hanno gameplay o kit di sviluppo per game designer.