Donald Trump potrebbe avere un problema nella sua politica industriale così be delineata. Ha sempre detto di voler risuscitare l’industria americana del carbone, insieme a quella del petrolio. Al di là delle resistenze di chi pensa che i combustibili fossili siano ormai confinati nel passato, cosa ci sarebbe di strano? che gli impianti a carbone sono già stati spenti! Negli Stati Uniti l’energia prodotta con il carbone rappresenta ormai solo il 30% del totale, la quota più bassa da sempre, da quando si tengono queste statistiche, 70 anni fa. Invece il gas naturale e le fonti rinnovabili hanno prodotto circa metà dello stock energetico Usa. E’ anche grazie a questo spostamento che le emissioni di gas serra Usa sono crollate nel 2016 ai livelli più bassi dell’ultimo quarto di secolo.

A mostrare la fotografia della grande trasformazione energetica americana è il 2017 Sustainable Energy in America Factbook, il rapporto pubblicato da Bloomberg New Energy Finance e dal Business Council for Sustainable Energy che mette insieme i dati sulla produzione energetica e sul clima raccolti dalle agenzie governative, quegli stessi dati su cui incombe il forte timore di una colpo di spugna da parte della nuova amministrazione. Il dato di fatto che emerge dai dati è che il gas naturale, decisamente più abbondante e a buon mercato, sta mettendo nell’angolo il carbone, i cui costi più elevato spingono a chiusure di impianti prima del previsto. In più le tecnologie stanno diminuendo a ritmi sostenuti i costi dell’eolico e del solare, mentre le misure di efficienza energetica (il cosiddetto negawatt)  riducono il fabbisogno energetico complessivo.

Nello specifico il gas è diventato l’anno scorso la prima fonte energetica Usa salendo al 34% della produzione rispetto al 22% di dieci anni prima, mentre le rinnovabili e l’idroelettrico sono balzate al 15% dal 9% del 2007: una quota che è destinata a crescere in considerazione della continua installazione di nuovi impianti solari (12.500 megawatt l’anno scorso) ed eolici (8.500). Per contro il carbone registra una progressiva contrazione dell’installato a causa delle chiusure: meno 7.000 megawatt l’anno scorso dopo il record di meno 15.000 nel 2015. Per tutto questo la quota del carbone è scivolata in dieci anni dal 48 al 30%.

D’altra parte, che Trump lo voglia o no, gli Stati Uniti anticipano in qualche modo quello che è un trend globale. Stando alle previsioni dei ricercatori del Grantham Institute del’Imperial College di Londra e del think-tank indipendente Carbon Tracker Initiative il picco del petrolio e del carbone potrebbe arrivare già nel 2020, anno in cui la domanda globale per i combustibili fossili dovrebbe iniziare a calare. Il rapporto Expect the unexpected: The disruptive power of low-carbon technology mette in guardia che in un solo decennio io combustibili fossili potrebbe lasciare una quota del 10% alle rinnovabili. Anche da questo studio la riduzione dei costi delle rinnovabili, a partire dal solare, è citata come una dei fattori fondamentale alla base del cambiamento. Ma da non dimenticare è l’apporto dell’avvento della mobilità elettrica: la crescita dei veicoli elettrici, secondo il rapporto, potrebbe portare alla riduzione del fabbisogno per un valore pari a due milioni di barili al giorno entro il 2025. Tale contrazione potrebbe aumentare a 16 milioni di barili per il 2040n e a 25 milioni per il 2050.

Lo studio sottolinea che i veicoli elettrici crescono a un ritmo anno del 60% e che hanno già superato la soglia del milione. I costi delle batterie sono già crollati di quai l’80% in sette anni a 268 dollari per kWh: Tesla prevede che per il 2020 arriveranno a 100 dollari, anno in cui si prevede che i veicoli elettrici potranno essere più convenienti dei motori a combustione interna.

Anche in Europa la tendenza è inequivocabile. Le fonti rinnovabili rappresentano quasi il 90% del nuovo installato sulla rete europea nel 2016, con il vento che la fa da padrone. Per la prima volta, infatti, l’eolico supera la metà della nuova capacità installata, stando ai dati di WindEurope, diventando nel complesso la seconda fonte singola dopo il gas naturale. Nel complesso dei 24,5 GW di nuova capacità ben 21,1, pari all’86%, viene prodotto dal vento, dal sole, dalle biomasse e dall’acqua.

Lo spostamento nel mix di fonti energetiche in Usa ed Europa si riverbera anche nella classifica dei migliori e peggiori paesi in termini di inquinamento dell’aria. Tra i peggiori della classifica, stilata da The EcoExperts sulla base dei dati dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Agenzia internazionale dell’energia, figurano i paesi del Golfo – il peggiore è l’Arabia Saudita -, penalizzata dall’inquinamento per la produzione petrolifera, mentre tra i migliori – Nuova Zelanda in testa – figurano diversi pesi europei e gli Stati Uniti. Tra i dieci peggiori non figura la Cina: ma se passiamo dalla classifica dell’inquinamento dell’aria (sulla base del Pm 2,5) alle morti dovuti al fenomeno il colosso asiatico balza al quinto posto a causa dell’alta densità abitativa.