Non solo più dati e servizi, la nuova frontiera di Google ora è quella dell’hardware. Il colosso americano ha infatti annunciato lo scorso mercoledì a San Francisco un’ampia gamma di prodotti pronti ad entrare nelle case e nelle tasche dei consumatori. Sembrerebbe un nuovo corso per l’azienda fondata nel 1998 da Larry Page e Sergey Brin in verità è un’evoluzione naturale. L’obiettivo primario di Goolge è infatti conoscere sempre meglio i propri utenti per offrire contenuti, servizi e soprattutto pubblicità mirata e pertinente. Se quindi oltre al software l’azienda di Mountain View ora offre anche l’hardware è per interagire in modo più stretto con le persone, recuperando preziose informazioni legate alle abitudini e ai gusti dei propri utenti. Con l’assistente domestica a casa e con lo smartphone in mobilità, Google è in prospettiva nelle condizioni di offrire soluzioni sempre più personalizzate, ma anche di disegnare introno a noi un perimetro più preciso, invitandoci a prendere parte a un ecosistema di riferimento. E’ un invito, non un obbligo, Google lo sa bene, e a dire il vero questa logica non è neppure così nuova visto che da tempo è un asset per aziende come Apple, Samsung, Sony e parzialmente anche per Microsoft. Ma se per tutti la parola chiave è integrazione, per Google l’elemento centrale è invece la conoscenza finalizzata all’esperienza d’uso. Però non è l’unico elemento distintivo della società californiana. A fare la differenza infatti è l’intelligenza artificiale, autentico asso nella manica di Google. La grande capacità di raccolta e analisi dei dati rappresenta il fattore abilitante e il vantaggio competitivo rispetto agli altri player del mercato. Basta pensare che solo nell’ultimo anno l’assistente vocale di Google ha risposto a oltre 100 milioni di domande fatte dagli utenti. Operazione non banale considerando la complessità del linguaggio parlato, ecco perché Google Home sta arrivando in modo molto lento nei vari paesi, il rodaggio di una tecnologia del genere richiede tempo. Questo però spiega bene la potenza di Google che per far funzionare il suo sistema ha già raccolto più di 50 milioni di campioni vocali che permettono di riconoscere accenti, inflessioni ma anche il modo di parlare dei bambini. L’intelligenza artificiale basata sull’AutoML, il sistema automatico di apprendimento del computer, insieme al poderoso volume di dati, è la vera arma in più di Google. Ma è anche il grande cambio di paradigma dell’informatica moderna, come ha sottolineato Sundar Pichai durante il lancio dei nuovi prodotti, “non è l’uomo che si deve adattare al computer, ma è il computer che si deve adattare all’uomo”. Questo cambio di rotta è possibile solo usando in modo più pervasivo l’intelligenza artificiale. “AI first” (intelligenza artificiale prima di tutto) è infatti lo slogan usato da Google per spiegare il nuovo indirizzo dell’azienda. Dal punto di vista pratico è un cambiamento importante perché permette agli utenti di interagire in modo più naturale con i dispositivi, ad esempio usando i gesti o la voce, consente di utilizzare la tecnologia in ambienti diversi come in auto o in casa, ma anche e soprattutto permette al software di imparare e adattarsi in maniera opportuna alle singole necessità degli utenti. Questo genere di esperienza è possibile solo mettendo insieme hardware, software e intelligenza artificiale, proprio il paradigma messo in evidenza da Google nell’ultima presentazione di San Francisco. Con questo schema diventa chiaro leggere i motivi che soggiacciono all’lancio di una gamma così ampia di dispositivi targati Google. Il nuovo assistente domestico, lo speaker intelligente, le cuffie con il traduttore simultaneo, gli smartphone Pixel 2, la fotocamera che cattura i momenti salienti in automatico e il notebook ultraportatile rappresentano l’occasione ideale per testare e sviluppare nuovi servizi e funzionalità evolute. Nessun virtuosismo fine a sé stesso, l’obiettivo è decisamente pragmatico e ben messo in evidenza da Rick Osterloh Senior Vice President della divisione hardware di Google, che ha sintetizzato il concetto con solo due parole: radically helpful, essenzialmente utile. Cambiare il modo di usare i dispositivi elettronici, rendendoli facili, versatili e utili è la scommessa di Google ma è anche l’unica possibilità che ha per misurarsi con un settore altamente competitivo che non lascerà al colosso ampi spazi di manovra.