Non lasciamo alle macchine il monopolio delle mappe. No, non si tratta di difendere posti di lavoro messi a rischio dallo sviluppo tecnologico. Né di dipingere uno scenario apocalittico da film d’azione. Quanto piuttosto di evitare che la cartografia restituisca un’immagine soltanto parziale della complessità del reale. A dirlo in un articolo pubblicato su Places, prestigiosa rivista di architettura e urbanistica americana, è Shannon Mattern, professoressa associata alla School of Media Studies della New School di New York.
Ora, che la capacità di costruire macchine in grado di realizzare mappe in tempo reale sia sempre più cruciale lo dimostra l’industria dell’auto. E lo sforzo che sta compiendo per realizzare automobili che si guidano da sole. Ovvero veicoli che devono essere in grado, mentre si muovono, di elaborare una mappa che, oltre a strade e incroci, dia conto anche degli altri veicoli e dei pedoni. Tecnologia che, per quanto complessa, lascia abbastanza indifferente questa docente americana.
Il punto, insiste Matterns, è che non bisogna lasciare alle macchine il monopolio delle mappe. «Se dovessimo privilegiare una cartografia realizzata unicamente da intelligenze artificiali», spiega al Sole24Ore, «perderemmo quelle speciali sensibilità che non si lasciano spiegare da un algoritmo». Non solo: «vista l’opacità di molti di questi algoritmi, verrebbe meno anche molta della nostra capacità di realizzare una cartografia critica». Sarebbe insomma più difficile «mettere in dubbio le modalità in cui il potere viene rappresentato e reificato in una mappa. O il modo in cui questa generi una particolare immagine del mondo, influenzando così le nostre interazioni con esso».
Beninteso, non si tratta di negare tout court l’importanza delle mappe generate in tempo reale da un software, sul modello di quelle realizzate dalle auto a guida autonoma. Soprattutto per il ruolo che possono avere in situazioni di emergenza, ad esempio dopo un terremoto. «Hanno un valore enorme», ammette Matterns, «possono aiutarci ad identificare dei cambiamenti, sia a livello micro che macro, che sfuggono alla percezione umana. Specialmente in un contesto in cui le persone chiamate ad interpretare queste mappe si trovano in una situazione di emergenza».
Il punto, semmai, è che «è importante moltiplicare i nostri approcci alla mappatura, così da essere sicuri che stiamo ponendo domande, rappresentando dati e conducendo analisi da molteplici prospettive. In questo modo», prosegue, «saremo in grado di vedere i limiti delle singole metodologie di mappatura. E di sviluppare un metodo costituito da diversi approcci, complementari l’uno all’altro».
Di fondo c’è l’idea che si debba dar conto anche delle mappe degli “altri”. Siano essi piante, animali o essere umani che non condividono la nostra stessa cultura. «Molte di queste comunità hanno le proprie tradizioni cartografiche, che non corrispondono a quelle occidentali. Ignorarle significa non essere in grado di apprezzare a pieno altre modalità di esistere nel mondo». Ad esempio «perdiamo l’opportunità di vedere come queste tecniche di mappatura corrispondano alle nostre. E di come possano rendere migliore la nostra comprensione dello spazio».
Più in particolare, «quando ci troviamo a dover mappare sistemi altamente complessi, come il cambiamento climatico, le migrazioni o fenomeni legati alla salute pubblica, se ignoriamo le sensibilità di alcuni degli agenti coinvolti otteniamo solo una comprensione parziale dei fenomeni».
Un esempio pratico di ciò che ha in mente Mattern lo si è visto nell’aprile di quest’anno a St. Louis, in Missouri. Una città che ha a lungo dovuto fare i conti con la questione razziale e con le divisioni che ha comportato. Ed è qui che si è voluto riunire i cittadini per ripensare la geografia della propria città. Sul pavimento delle aule di una vecchia scuola sono state stese enormi mappe di St. Louis e sono stati messi a disposizione dati su temi che vanno dall’etnia dei residenti di ogni quartiere al numero di alberi. Ai partecipanti è stato chiesto di costruire delle mappe tematiche a partire da questo materiale.
I risultati fanno ora parte dell’archivio cittadino. Ma soprattutto «evidenziano le differenze e le possibili sinergie tra diversi approcci alla cartografia. Averli uno accanto all’altro dimostra come ciascuno costruisca la propria città diversamente. E questa diversità deve portare chi amministra a pensare in maniera più critica a come governa il territorio». Un approccio, lascia intendere Mattern, che nessuna macchina avrebbe saputo ispirare.