Ogni materia ha bisogno della sua cooperazione. L’interazione tra gli studenti è al centro di tutti i percorsi formativi di Fondazione Marino Golinelli che, presso i 9mila metri quadri del suo Opificio in via Nanni Costa a Bologna, ha creato uno dei punti di riferimento a livello nazionale per la formazione sia degli insegnanti che degli alunni.

Fmg, che ha appena siglato un protocollo d’intesa con il ministero dell’Istruzione, offre da almeno tre anni dei percorsi di formazione che hanno coinvolto più di mille insegnanti e un numero ancora più vasto di studenti. «Fino ad oggi la maggior parte provenivano dall’Emilia Romagna – spiega Giorgia Bellentani, coordinatrice dell’area “Educare a educare” della fondazione bolognese -, ma l’accordo col Miur ci permetterà di scalare il modello a livello nazionale».

I laboratori dell’Opificio che ospitano questi cicli di formazione non hanno nulla a che vedere con una normale aula. «Quando la lezione frontale scompare e l’insegnante assume il ruolo di consigliere più che di correttore tutto diventa più fluido», spiega Bellentani. Ed è per questo che le aule dell’Opificio sono organizzate in isole di lavoro che permettono le interazioni a piccoli gruppi, tipicamente da due a quattro persone, necessari per completare compiti di scrittura di un software o un esperimento scientifico.

«È quello che noi chiamiamo “<i>cooperative learning</i>”, ma è una formula comune a praticamente tutti gli approcci dove l’insegnante ha un ruolo di accompagnatore – osserva Bellentani -. Nel nostro caso, visto che ci concentriamo sull’insegnamento di materie tecnico-scientifiche con molti laboratori pratici e competenze diverse, lo spazio e la pssibilità di spostarsi fisicamente a seconda dei problemi che si devono di volta in volta risolvere, per esempio per costruire o far funzionare un robot, è ancura più importante perché si lavora quasi sempre in team con competenze diverse».

Il format sta riscuotendo grande successo tra gli insegnanti, desiderosi di aquisire nuove competenze tecniche, ma anche di capire come organizzare al meglio la disposizione fisica delle proprie classi, sia tra gli studenti, che possono confrontarsi con materie spesso non affrontate negli istituti di provenienza.

«L’arredo scolastico è importante, ma per rinnovare la didattica lavorando sui grandi numeri della scuola bisogna prima di tutto mettere al centro il ragazzo», sottolinea Roberto Bondi, dell’Ufficio scolastico dell’Emilia Romagna. La struttura bolognese, per quanto parte del Miur, è un’anomalia nel panorama nazionale perchè dispone di sei docenti dedicati alla formazione didatica di docenti e di altri formatori che svolgono anche funzioni di studio e ricerca per le scuole della regione.

«Per il sistema scolastico italiano la chiave dello sviluppo di nuove didattiche deve essere l’accessibilità anche in termini di costi – sottolinea Bondi -, e purtroppo le classi 3.0 sono molto costose e non alla portata di tutti gli istituti. Noi lavoriamo molto su come utilizzare l’esistente, componendo le isole di lavoro con i banchi tradizionali e magari applicando un po’ di creatività». Le Lim sono benvenute insomma, ma serve anche ingegnarsi tagliando a metà delle palline da tennis per fissarle alle sedie in legno e acciao che già si trovano nelle scuole per poterle spostare più facilmente e con meno rumore nei lavori di gruppo.

«Una delle soluzioni tecnologiche più importanti per la didattica è il <i>mirroring</i>, la possibilità cioè di condividere su più schermi o su più device quello che sta facendo un docente o uno studente sul suo dispositivo. Ma questo si può fare con un Chromecast o una Apple tv e spesso sono gli stessi ragazzi che si occupano di fare i set-up».

Con oltre un miliardo di euro complessivamente a disposizione per l’upgrade delle scuole attraverso i diversi programmi di finanziamento raccolti sotto l’egida dell’unità di missione sulla scuola presso la Presidenza del Consiglio le scuole italiane hanno oggi più opportunità, ma Bondi sottolinea l’importantza della formazione degli insegnanti: «I docenti sono la chiave abilitante perché si possano sperimentare nuovi approcci didattici, gli ambienti didattici si modificheranno di conseguenza».