Sarà anche un autunno anomalo, da climate change, ma la stagione che  ci porta all’inverno porta con sè, come sempre, anche l’emergenza smog. Le città di mezza Italia, quasi tutto il Nord, si ritrovano a dover affrontare una situazione allarmante in termini di polveri sottili. Una condizione che ha assunto ormai i caratteri della cronicità, come sottolinea il rapporto diffuso questa settimana da Legambiente, proprio in coincidenza con il blocco del traffico in alcune città. Ma non è evidentemente un problema solo italiano, perché, come riconosce anche Martin Wolf sul Financial Times, non c’è nessun settore come il clima in cui i confini non esistono e la collaborazione è vitale.

D’altra parte i numeri globali fanno paura e li ha pubblicati venerdì Lancet. La Commission on pollution and health di Lancet stima che siano nove milioni ogni anno i decessi legati all’inquinamento, gran parte dei quali – 6,5 milioni -, attribuibili all’aria, a cui si aggiungono poi le morti provocate da acqua contaminate, terreno ed esposizione a materiali chimici pericolosi. Ma si tratta di dati sottostimati, sottolinea il settimanale scientifico, perché altri decessi sono provocati da cause ambientali che non sono al momento considerate nel perimetro delle sostanze o degli eventi inquinanti. In ogni caso, già così si tratta del 16% dei decessi globali che sono attribuibili all’inquinamento, tre volte quelle dovute all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria insieme e quindici volte i morti di tutte le guerre e della violenza.

Una vera e propria piaga globale che ha anche costi proporzionali: le morti da inquinamento costano al welfare globale una cifra stimata in 4.600 miliardi di dollari l’anno, pari al 6,2% del Pil mondiale. E le soluzioni assicurano rit0rni enormi: solo negli Stati Uniti, oggi in prima fila nel contestare la lotta alle emissioni, i sistemi di controllo dell’inquinamento hanno portato benefici per 200 miliardi di dollari l’anno a partire dal 1980, il che vuol dire 6mila miliardi in totale.

A farne le spese più degli altri sono i paesi in via di sviluppo, dove l’inquinamento è maggiore e minore l’effetto delle tecnologia: in alcuni stati, come India, Ciad e Madagascar, l’inquinamento nelle sue varie forma arriva a essere la causa di un quarto dei decessi complessivi. “L’inquinamento è una delle grandi sfide esistenziali dell’era dell’Antropocene – concludono gli autori dello studio pubblicato su Lancet -. L’inquinamento mette a rischio la stabilità dei sistemi di supporto della Terra e minaccia la sopravvivenza delle società umane”.

Come spesso succede, alla fine piove sul bagnato. E così i più colpiti sono i paesi poveri. Il cambiamento climatico, ancora più che l’inquinamento, colpisce duro nelle regioni tropicali, laddove sono concentrati i paesi a più basso reddito. Che poi sono quelli che faticano di più a proteggersi dagli effetti degli eventi estremi che si vanno intensificando come conseguenza del climate change. Quindi gli abitanti di queste aree sono alla fine le vittime innocenti di fenomeni di cui hanno pochissima responsabilità. A sottolinearlo è anche il Fondo monetario internazionale, che dedica un capitolo intero del World Economic Outlook  agli effetti del climate change sull’economia. Lo stesso Fmi punta il dito verso la capacità di passare all’azione, provocato essenzialmente da tre ostacoli: gli interessi specifici, in particolare quelli dell’industria petrolifera, gli estermisti del libero mercato che rifiutano le conclusioni scientifiche. Ma soprattutto la difficoltà di convincere la grande maggioranza delle persone del mondo sviluppato a rinunciare a parte del loro standard di vita in favore del futuro e delle persone più povere

Le soluzioni che il Fondo individua sono tutte mirate a mitigare gli effetti: dalla capacità dei paesi più poveri ad affrontare gli eventi più estremi alla mitigazione dell’aumento delle temperature, dallo sviluppo delle tecnologie alle assicurazioni contro i disastri climatici. Fino alla possibilità di imporre ai paesi più ricchi multe compensative da versare ai paesi più colpiti. Ma in ogni caso anche il Fondo riconosce che più passa il tempo senza agire sulle cause del cambiamento climatico e più alti diventano i costi sociali e umani per il mondo intero.