Il più originale è stato Mark Gainey. Il cofondatore e ceo della app per il fitness Strava ha corso per le strade di Palo Alto tracciando il suo messaggio per i migranti finiti nel mirino di Donald Trump: “Freedom4All”. Che è diventato immediatamente un hashtag seguitissimo sui social network. Ma il manager di Strava non è stato l’unico della Silicon Valley a contestare il provvedimento esecutivo con cui il neopresidente ha bloccato le frontiere per le persone in arrivo da sette paesi a maggioranza islamica. I dipendenti di Google sono scesi per strada per protestare, così come quelli di Comcast, uniti da un hashtag che lascia intendere il significato di fondo: #TechHasNoWalls. In più occasioni le azioni sono state organizzate grazie a Slack, il tool di messaggistica e comunicazione usata dalle aziende, che sta emergendo come lo strumento più flessibile per organizzare il movimento anti-Trump.

La scritta fatta correndo dal Ceo di Strava Mark Gainey
La scritta fatta correndo dal Ceo di Strava Mark Gainey

 

Ma intanto da Apple a Microsoft, da Google a Facebook, da Uber a Netflix l’intero mondo hi-tech si è rivoltato contro l’ordine esecutivo di Trump: la Silicon Valley non sarebbe potuta esistere senza l’apporto di idee e di conoscenze di tanti talenti stranieri, anche da quei sette paesi incriminati, giunti negli Stati Uniti per imparare, per vivere e per lavorare. E che alla fine hanno dato il loro apporto alla crescita americana.

Ma non è stato così solo con la nuova economia internet. L’intero sogno americano da sempre si fonda sulla contaminazione di idee e talenti: “Mio padre è arrivato da Israele. Da sempre ho ammirato quello che gli immigrati hanno fatto qui e tutti oggi citano la statistica che indica come il 40 per cento delle aziende della classifica Fortune 500 sia stato fondato da migranti”. A parlare è Jordan Gonen, studente della Washington University che lo scorso weekend, dopo la notizia del bando firmato da Trump, si è messo davanti al suo computer per capire. E ha compreso che la realtà era quella, che il contributo delle idee portate dall’estero è da sempre un patrimonio per l’intera America. Ma che in rete non c’era evidenza di tutto questo.

Così, mentre migliaia di persone scendevano per strada sabato sera, si è messo al lavoro insieme al suo amico Henry Kaufman, studente di high school a Denver, per costruire un sito che mettesse insieme tutti. E’ nato così Celebrate Immigrants, per celebrare in maniera tangibile l’apertura che è alla base del Dna americano: 66 immigrati che hanno fondato aziende note in tutto il mondo (più nove padri fondatori). Da Jerry Yang di Yahoo a Vinod Khosla di Sun, da Sergey Brin di Google a Elon Musk di Tesla per proseguire con Intel, Instagram, eBay, Tinder, Dropbox e tanti altri. Ma anche tante aziende protagoniste della “old economy” sono nate da idee di stranieri: Pfizer, Carnegie Steel, Kraft, Elizabeth Arden, solo per citarne alcune. Per concludere  con Marcus Goldman e Samuel Sachs che hanno dato vita a uno dei colossi di Wall Street, Goldman Sachs,  i cui uomini sono oggi presenti in massa nella squadra dell’amministrazione della nuova Casa Bianca.

Ma non si tratta solo dei fondatori: tante di queste società non avrebbero potuto sopravvivere senza schiere di immigrati su cui poter contare per l’operatività quotidiana. Il timore è infatti che dopo aver bloccato profughi e cittadini da sette paesi, Trump sia intenzionato a mettere mano anche ai visti di lavoro per favorire i lavoratori americani.

Non è solo l’hi-tech a essere contrariato dalle posizioni assunte da Trump. Decisamente più preoccupato è il mondo della scienza, pronto a scendere in piazza in nome di scelte che siano basate su politiche evidence-based e di un rispetto dei risultati scientifici. Il movimento March for science, forte di quasi un milione e mezzo di simpatizzanti online in poco più di una settimana ha già indetto una manifestazione per il 22 aprile, Giornata mondiale della Terra, sull’onda del successo della marcia delle donne. Nel mirino ci sono soprattutto i timori legati alle politiche della nuova amministrazione in relazione al climate change: i ricercatori hanno fatto il possibile negli ultimi mesi per salvare i dati raccolti sul cambiamento climatico temendo che potessero essere cancellati. Per il momento questo non è successo, ma intanto l’amministrazione ha imposto l’obbligo di un’approvazione politica per comunicare dati o ricerche da parte dell’Epa, l’agenzia ambientale federale.

Proprio il mondo scientifico sembra però dare in qualche modo ragione al neo presidente e alla teoria suprematista. I dati rilasciati in settimana dal National Centre for Science and Engieering Statistics testimoniano che il mondo della scienza e dell’engineering è in mano in gran maggioranza agli uomini bianchi. I posti di lavoro del settore sono detenuti per il 49% da uomini bianchi (che sono il 31% della popolazione), mentre le donne bianche sono decisamente sottorappresentate: il 18% contro il 31% della popolazione. Poco rappresentati sono anche le persone di colore e gli ispanici, sia donne che uomini. L’unica razza che è sovra-rappresentata è quella asiatica (14% gli uomini contro il 3% di popolazione) e 7% le donne (3%). Il rapporto Women, Minorities and Persons with disabilities in Science and Engineering sottolinea come si tratti di una situazione che coinvolge un po’ tutti gli ambiti della scienza, a partire dalla formazione universitaria. A livello di lauree e di dottorato c’è da segnalare per le donne una buona rappresentanza nelle scienze sociali e nelle bioscienze, ma una partecipazione del tutto insufficiente in economia, informatica, fisica ed engineering.

Per la cronaca, questi dati non sono stati bloccati dall’amministrazione.

 

 

 

 

 

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