Il primo ospedale 4.0 d’Europa è a Verona. Alla clinica San Francesco, specializzata in ortopedia e traumatologia, i pazienti sono curati grazie a robot in tutto il percorso che va dalla sala operatoria alla riabilitazione. L’ultimo arrivato nel centro scaligero è Hunova, il robot riabilitativo sviluppato dalla Movendo Technologies, spin-off dell’Istituto italiano di tecnologie di Genova che ne controlla il 7% mentre le altre quote sono in mano al Gruppo Dompé (50%) che vi ha investito 10 milioni di euro e ai tre fondatori e inventori, il manager Simone Ungaro, l’ex-Esaote Carlo Sanfilippo e il meccatronico Jody Saglia.

Hunova, che è già certificato Ce e in attesa dell’approvazione della Fda statunitense, non ha concorrenti diretti ed è già utilizzato con successo presso l’Ospedale Galliera di Genova, al Centro di Riabilitazione motoria Inail di Volterra e altri due centri convenzionati con il sistema sanitario nazionale in Liguria e Toscana. Il sistema integra meccatronica, elettronica, sensoristica, e software ed effettua trattamenti che interessano oltre l’80% della riabilitazione, da caviglia a ginocchio, anca, bacino, tronco, sistema vestibolare e sistema cognitivo con applicazioni che spaziano dall’ortopedia a neurologia, geriatria e sport. Hunova affianca il robot Mako già utilizzato nella sala operatoria della clinica San Francesco per la chirurgia del ginocchio con una tecnica mini-invasiva. I chirurghi e fisioterapisti che si stanno chiedendo se nei prossimi anni avranno ancora un lavoro possono però dormire sonni tranquilli. «Deve essere stafato mito che la macchina ci sostituisce – sottolinea Piergiuseppe Perazzini, responsabile dell’Unità funzionale di Ortopedia e traumatologia della San Francesco – È sempre l’uomo che decide cosa fare, ma il vantaggio enorme è la riduzione dei margini di errore. In un intervento di inserimento di protesi del ginocchio a mano libera, per esempio, il successo dipende dalla manualità del chirurgo, ma l’occhio umano sbaglia in media di 8-10 gradi nell’allineare le diverse parti ed è molto difficile controllare con efficacia la tensione dei legamenti che poi stabilizza l’articolazione e garantisce la mobilità corretta. Con il robot il margine di errore è invece ridotto a meno di un grado. L’aumento della percentuale di successo permette inoltre di abbassare l’età dei pazienti sotto i 40 anni».

La precisione portata dalla macchina consente inoltre l’invasività dell’operazione tagliando, nel 75% dei casi, i tempi di ricovero postoperatorio da 2-3 settimane a un paio di giorni e accelerare l’inizio della fisioterapia. Qui entra in gioco Hunova che, grazie a una rilevazione e misurazione oggettiva dei parametri biomeccanici del paziente lo guida con protocolli riabilitativi somministrati che si presentano come dei videogame interattivi. La macchina è dotata di un sistema di intelligenza artificiale, ma anche in questo caso è un supporto alle scelte riabilitative fatte da uno specialista in carne, ossa e neuroni che da solo può trattare fino a una mezza dozzina di pazienti contemporaneamente. «Hunova è un a macchina “total body” in grado di trattare praticamente tutto il corpo umano, dalla caviglia, al ginocchio e al bacino – sottolinea Simone Ungaro, a 46 anni Ceo di Movendo ed ex direttore generale dell’Iit – grazie a una quantità di parametri che non sono mai stati misurati prima d’ora e stiamo sviluppando nuovi protocolli per patologie come l’ictus». Il robot permette di eseguire 156 diversi esercizi tutti programmabili in base alle esigenze e ai deficit del paziente ma, soprattutto, promette di cambiare l’equazione economica della sanità, abbattendo i costi per rendere accessibili a grandi numeri di persone prestazioni che oggi sono troppo costose. È il settore del medical fitness, uno dei segmenti più pregiati di quella “silver economy” determinata dall’innalzamento dell’età media della popolazione europea e particolarmente pronunciato in Italia dove nel 2050 un cittadino su due sarà over 60.

Una recente ricerca della Fondazione Don Gnocchi di Milano ha mostrato che il peso della disabilità è aumentato del 23% nell’ultimo decennio e il 74% di queste condizioni potrebbero venir alleviate con interventi riabilitativi. In Italia, secondo Istat, 3,5 milioni di Italiani (il 10% di chi ha più di 70 anni e il 43% degli over 80) è colpito da una forma di disabilità da più di sei anni, ma solo il 4% può accedere a servizi di assistenza domiciliare. La fascia degli anziani è anche quella che più pesa sulla spesa sanitaria con percentuali che si impennano dopo i 58 anni e superano il 12% di spesa procapite sul Pil per gli over 70 contro il 4% di chi ha 45 anni. È anche per questi numeri che la valutazione della spesa sanitaria si sta spostando dal volume dei servizi erogati alla misurazione dei risultati ottenuti e quindi del “valore” inteso come percentuale di riabilitazione e qualità della vita creato per il paziente. Non a caso, la Don Gnocchi ha appena stilato un accordo con Iit per applicare neuroscienze, realtà virtuale e biotecnologie e robotica allo sviluppo di nuovi approcci di cura. «Negli Usa si studiano già formule di pagamento da parte delle assicurazioni private basate sul successo dei trattamenti e quindi la misurabilità dei progressi del paziente diventa cruciale – osserva Perazzini – in Europa la situazione è diversa per la presenza di sistemi sanitari nazionali, ma chiaramente saranno i pazienti a scegliere i centri che possono dimostrare i risultati più significativi».