Non accenna a placarsi il dibattito sui modelli di business della gig economy, in particolare per quanto riguarda gli autisti di servizi come Uber e Lift, che finiscono nel mirino delle lobby degli altri conducenti pubblici. Ma non solo. Sono ormai molti gli studi a sostenere di fatto che il loro business alla fine risulterebbe sussidiato dai livelli bassissimi dei loro stipendi. A riaprire la questione è stato un recente studio del Mit, nello specifico del suo Center for Energy and Environmental Policy Research, che in una sua prima versione sosteneva che il reddito medio degli autisti di questi servizi erano pari a 3,37 dollari l’ora, ben al di sotto dei livelli di stipendio minimo nei diversi stati Usa.

Le conclusioni del rapporto non sono piaciute molto a Uber, il cui nuovo Ceo, Dara Khosrowshahi, ha ribattuto in maniera un po’ scomposta al Mit, definito l’acronimo di “Mathematically Incompetent Theories” (teorie incompetenti dal punto di vista matematico, ndr) in un tweet, che è stato poi seguito da altri messaggi più collaborativi, in cui ha ringraziato il Mit, tornato il Massachusetts Institute of Technology, per “aver ascoltato e rivisto” le sue posizioni. In effetti l’autore dello studio Stephen Zoepf ha accolto le critiche sollevate da Uber e ha scelto di ritirare il rapporto e di rivederlo sulla base dei rilievi.

“Il capo economista di Uber, Jonathan Hall, ha scritto un’articolata risposta  esprimendo le sue preoccupazioni con un aspetto del paper. Le critiche specifiche sono valide: i quesiti del report avrebbero potuto e dovuto essere espresse in maniera più chiara”, ha affermato Zoepf che ha però lamentato la carenza di dati da parte di Uber.

Lo studio originale, non più rintracciabile sul sito del Ceepr, ha analizzato guadagni e costi di oltre 1.100 autisti delle due piattaforme concludendo che il profitto medio era pari a solo 3,37 dollari l’ora, con il 74% degli autisti che guadagnano meno dello stipendio minimo dello stato in cui lavorano. La ricerca rileva che gli autisti in media guadagnano 59 cent a miglio contro spese di 30 cent (40% per assicurazione e manutenzione, 40% per carburante e 20% per la svalutazione). E quasi un terzo di loro si trova a dover affrontare spese superiori agli introiti e a lavorare quindi in perdita.

Una revisione dello studio sulla base dei  rilievi di Uber richiederà diverse settimane, ma Zoepf ha iniziato a mettere avanti le mani con un’anticipazione dei conti sulla base di due nuovi metodi che alzano comunque il reddito medio – a 8,55 e 10 dollari l’ora. Nel primo caso il 54% degli autisti hanno uno stipendio inferiore alla paga minima nei loro stati e l’8% sta perdendo soldi, mentre nel secondo le percentuali scendo al 41 e al 4% rispettivamente.

Aziende come Uber e Lift continuano a essere nel mirino non solo per il loro stesso business, accusato di essere in contrasto con il sistema delle licenze pubbliche dei tassisti, ma anche per il trattamento degli autisti, che sono considerati alla stregua di lavoratori autonomi e che quindi hanno ben pochi diritti e protezioni. “Il modello di business non è attualmente sostenibile: le società stanno perdendo soldi, il loro business viene sussidiato dai fondi del venture capital, e gli autisti stanno di fatto sussidiandole lavorando con stipendi molto bassi”, ha comunque ribadito Zoepf, che è direttore del Center for Automotive Research della Stanford University.

Il dibattito è destinato a proseguire, dal momento che la gig economy non sembra destinata a fermarsi nella sua evoluzione. Intanto nuove accuse arrivano anche dall’Australia dove uno studio del Centre for Future Work dell’Australia Institute, condotto da Jim Stanford, è arrivato alle medesime conclusioni, anche se relativamente agli autisti di Uber, il servizio più economico fornito dalla piattaforma: lo stipendio medio degli autisti in Australia è pari a 14,62 dollari australiani l’ora, ben al disotto del salario minimo di 18,29. E contro lo stipendio medio di 30 dollari l’ora degli altri tassisti. “Questo sussidio è cruciale per la strategia di crescita aggressiva della società – ha commentato l’economista Jim Stanford -: nei fatti emerge che il sussidio fornito a Uber dai suoi autisti è una componente fondamentale del vantaggio di tariffe che Uber gode nei confronti dei competitori”. Siamo sempre lì….