A dicembre del 2015, con l’apertura della tavola rotonda per la stesura delle linee guida relative alla digitalizzazione degli atti, l’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid) ha dato una scossa anche al cloud, che di documenti si nutre. A fine 2014 era stato introdotto, seppure con largo ritardo, il concetto di razionalizzazione delle infrastrutture IT della Pubblica amministrazione (Pa). Due passi in apparenza distinti ma che portano alla condivisione standardizzata di atti, i cui frutti si cominciano a intravvedere solo ora, mantenendo un discreto ritardo sul ruolino di marcia.
Tuttavia c’è molto da salvare perché, la Legge di stabilità 2016 ha fissato gli obiettivi che le Pa dovranno raggiungere e che possono essere riassunti così: riduzione del 50% della spesa IT entro il 2018. Non resta altra strada se non quella di creare un centro di costo esterno che andrà spalmato in quota parte sulle singole amministrazioni, ossia uno o più datacenter. La banda ultralarga si rende più necessaria che mai e non è impensabile sperare che la necessità della cosa pubblica possa essere da sprone al raggiungimento degli obiettivi di distribuzione di connessioni a 30 Mbps a tutto il Paese, progetto anch’esso in ritardo.

L’Agid, con circolare del 24 giugno scorso, ha elencato i parametri utili alla riduzione della spesa per la Pa, tutti orientati alla creazione di una strategia che includa infrastrutture (materiali e non) e ecosistemi, ancora una volta il cloud.

Un altro segnale della svolta arriva dal Codice dell’Amministrazione digitale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 13 settembre 2016 in cui si fa riferimento al Bring your own device (Byod), imponendo alle Pa l’obbligo di favorire quei collaboratori che, usando dispositivi mobile propri, intendono ottimizzare le prestazioni lavorative. Qui il riferimento è allo Smart working che prevede però l’introduzione del cloud (per lo meno di tipo privato) e che è testimone di un altro cambio di passo della Pa.