Fibre che, filate, diventano tessuti da indossare. In natura, è la cellulosa la trama di sostegno dei tessuti vegetali: oltre che nei tronchi degli alberi, si trova nei semi di cotone, nei fusti di lino, canapa, ginestra, iuta. Se trattata con additivi chimici, da fine 800 diventa viscosa. Dopo l’età del nylon e delle fibre sintetiche nell’industria tessile, oggi la cellulosa riunisce tre esperienze innovative di ritorno alla fibra naturale per rispondere alle sfide di sostenibilità sanitaria ed ambientale.

La cellulosa vincente di Orange Fiber, la startup nata dalle siciliane Adriana Santanocito ed Enrica Arena, è quella ricavata dal “pastazzo”: bucce, semi e parte dalla polpa degli agrumi che restano della spremitura. Un residuo, che corrisponde al 50% del peso di ogni frutto, difficile e costoso da smaltire: per vie legali, le 700mila tonnellate di “pastazzo” prodotte in Italia diventano mangime per suini o pectina addensante, ovvero gelificante per uso alimentare. Ma spesso vengono smaltite illegalmente. «Nel 2011 Adriana, che studiava tessuti sostenibili all’Afol di Milano, mi ha proposto l’idea di un tessuto per l’alta moda dagli scarti della lavorazione degli agrumi e abbiamo cominciato a lavorarci» racconta Enrica Arena. «Dopo un suo stage al Politecnico per verificarne la fattibilità, tra il 2012 e il 2013 abbiamo depositato il brevetto, che oggi è internazionale». La fibra tessile dalle arance grazie alla cellulosa è diventata una srl nel 2014, con sede a Trento e Catania: «L’impianto pilota, grazie agli incentivi ministeriali “Start & Smart”, lo abbiamo fatto a Caltagirone, dentro una fabbrica di succhi, ora lo stiamo spostando a Belpasso, in provincia di Catania» spiega Arena. «In Sicilia, vicino ai luoghi di produzione del residuo, ricaviamo la cellulosa che poi mandiamo in Spagna, perchè in Italia la filatura completa del composto non esiste più, le ultime aziende hanno chiuso 10-15 anni fa». Dalla Spagna, i rocchetti di filato arrivano a Como, nel distretto della seta: «Qui lo vendiamo alle case di moda, che lo stampano e colorano: il tessuto è composto da 70% “Orange Fiber” e 30% seta, quindi come se fosse una buona seta italiana». L’obiettivo ambizioso è coniugare sostenibilità e lusso: «Spesso l’attenzione all’ambiente viene vista come un impegno etico ma il design dei prodotti lascia a desiderare: noi vorremmo un lusso sostenibile» sorride Arena. “Orange Fiber” ha vinto il “Global Change Award 2015” promosso dalla H&M Conscious Foundation: 150mila euro e un percorso di accompagnamento annuale dedicato che hanno permesso all’azienda di mettere a fuoco la filiera produttiva della moda, prima del lancio della collezione di abiti con uno storico brand italiano previsto per mercoledì prossimo. Arena ha indossato un capo in anteprima durante la cerimonia di premiazione dell’edizione 2016, il 6 aprile scorso.

Un’edizione in cui anche quest’anno ha vinto una startup italiana nel segno di fibre naturali e sostenibilità: 300mila euro assegnati a Vegea WineLeather, la startup trentina che ricava similpelle vegetale dalla vinaccia, il residuo della produzione vinicola composto dalla buccia d’uva più i suoi semi, i vinaccioli. Anche in questo caso, è l’estrazione della cellulosa che consente di passare dal residuo agricolo alla fibra tessile. «La buccia d’uva è piena di fibre, noi facciamo essiccare la vinaccia e, attraverso dei trattamenti fisici e meccanici, ricaviamo una miscela da spalmare sui tessuti naturali come cotone, canapa e lino» spiega Gianpiero Tessitore, architetto con la passione per l’ecodesign e l’economia circolare. Dalla collaborazione con il chimico Francesco Merlino all’università di Firenze, sono nati nel 2016 il brevetto e la società. «In questi sei mesi cercheremo di standardizzare il processo e capire qual è il tessuto migliore a cui applicare la miscela, ma si tratta comunque di un balzo di sostenibilità importante nella produzione della similpelle». Fino ad oggi infatti, la similpelle, o pelle sintetica, veniva ricavata dalla plastica, quindi dalla lavorazione del petrolio. «Anche se in Italia la normativa è più restrittiva che in altri paesi, l’impatto ambientale resta molto elevato» sottolinea Tessitore. «Contiamo di iniziare la produzione a inizio 2018 con un co-brand esclusivo di moda. Dalla nostra abbiamo anche che il rifornimento della vinaccia è semplice». Nel 2016, secondo i dati Istat dello scorso marzo, sono stati prodotti in Italia quasi 50,1 milioni di ettolitri di vino, la quantità più elevata dal 2004.

Ma non sono solo le startup a cercare nuove soluzioni sostenibili nel segno della cellulosa. «Pensi a un girotondo formato da molecole: un additivo chimico non entrerà mai nel cerchio, occorre puntare e modificare quanto nel cerchio già c’è» spiega Simona Pesaro, presidente di “Torcitura Padana spa”. L’azienda lombarda che trasforma la fibra in filato, nel settore da tre generazioni, dopo la crisi del 2008 ha deciso di investire in ricerca insieme alla piemontese “Zanolo”: ad agosto 2013 è stato brevettato Coex, un procedimento che rende totalmente ignifughe le tre principali fibre naturali. Il segreto? La modifica molecolare della cellulosa di cotone, lino e viscosa. «Sul mercato oggi ci sono fibre in poliestere oppure naturali ma additivate: noi anziché usare resine che possono venire a contatto con pelle ed ambiente, abbiamo puntato su una “riprogrammazione” dall’interno della molecola» precisa Pesaro. Una modifica a base di fosforo, azoto e zolfo: «Il primo produce una barriera nei confronti della fiamma; il secondo assorbe l’ossigeno nell’aria e il terzo carbonizza, cioè non permette alla fiamma di formarsi» specifica Pesaro. Per ora il tessuto è impiegato in soluzioni di interior design ma è in corso un esperimento di prototipazione per abbigliamento tecnico.