I videogiochi sono tante cose diverse. Non è facile per chi non li conosca a fondo intuirne la varietà.

Lungi dal farci solo salvare principesse, o scagliare volatili arrabbiati contro architetture suine, il videogame procede verso la propria maturità contenutistica.

È una tendenza non così evidente in tutto il settore. Men che meno fra le sue pubblicazioni più note, i cosiddetti Tripla A, produzioni dalle economie milionarie troppo spesso obbligate a limitare gli azzardi per far quadrare i conti.

Tuttavia, complici l’abbassamento delle barriere d’ingresso, l’aumento delle piattaforme di gioco e l’efficacia di strategie di finanziamento o distribuzione alternative, è innegabile che fra gli studi soprattutto medio piccoli si moltiplichino i tentativi di dire e far giocare cose nuove; di esplorare orizzonti sconosciuti e costruire retoriche originali.

Di seguito si sono selezionati i 10 “game changers” migliori del 2015. I giochi che hanno cambiato, o tentato di cambiare… le regole del gioco.

Siamo certi il futuro del settore non potrà prescinderne.

 

1)     “Elite Dangerous: Horizons” (Frontier Developments. Per Windows, OS X, Xbox One, Playstation 4)

 

Segnalare nella top 10 un contenuto aggiuntivo di un titolo uscito un anno fa è importante per più di un motivo.

Disponibile da qualche giorno (€53,99), “Horizons” è l’espansione che permette, nel simulatore spaziale della britannica Frontier Developments, di atterrare sui pianeti ed esplorarne la superficie. Oltre ad aggiungere la possibilità di solcarne l’atmosfera.

Parrà poca cosa solo a chi non sappia che i sistemi solari del multiplayer massivo in questione sono 400 miliardi. Tutti raggiungibili (in un anno, gli oltre 500mila utenti non ne hanno scoperto che lo 0,7 percento).

Remake di un gioco epocale del 1984, allora firmato da Ian Bell e David Braben, e finanziato per una buona parte attraverso un crowdfunding, “Elite: Dangerous” permette qualsiasi tipo di attività spaziale, dalla pirateria al contrabbando, dal commercio al sostegno di fazioni politiche con relativi ecosistemi socio-economici.

“Horizons” testimonia anche altro: che oggi i mondi di gioco più estesi si evolvono per anni, secondo direttrici che la prima pubblicazione può solo far intuire (fra i tripla A, si veda “Destiny”).

Che per quanto i migliori siano più di un contentino per fan, i dlc accolgono le istanze più sentite fra gli utenti. E che la vita di un universo persistente può aggregare comunità online sempre più strutturate, con tanto di gerarchie e votazioni in rete sugli argomenti più disparati. È un fenomeno crescente, che mai come ora permette vite (sintetiche) parallele.

 

2)     Her Story (Sam Barlow. Per Windows, OS X e iOS)

 

 

 

La tipica – almeno fra i videogiochi – indagine su un omicidio. Per un videogame che, di tipico, non ha alcunché, sempre non si ritenga il gaming qualcosa di vicino a una puntata di “True Detective”.

Votato migliore opera narrativa ai recenti Game Awards di Los Angeles e realizzato da Sam Barlow, autore di “Silent Hill: Shattered Memories” e “Aisle”, “Her Life” mostra filmati live action di interrogatori risalenti a un assassinio del 1994.

Interpretati da Viva Seifert, già tastierista dei post rocker Bikini Atoll e anche lei premiata quale miglior interpretazione dell’anno, i video sono fruibili attraverso un’interfaccia che simula quella di un vecchio computer della centrale di polizia e permettono, se riordinati e indagati con la giusta logica, di ricostruire e risolvere il caso.

Per meno di 6 euro, è un’esperienza – stricto sensu – da provare. E indica come gli orizzonti del gioco siano ampi e per la gran parte ancora inesplorati.

 

3)     Life Is Strange (Dontnod Entertainment/Square Enix). Per Windows, Ps3, Ps4, Xbox 360, Xbox One)

 

 

 

Avete mai pianto con un pad in mano? Perché vi capiti, giocate quest’avventura in terza persona realizzata dai parigini Dontnod Entertainment – già notati per “Remember Me” nel 2013.

Racconta di Maxine Caulfield, 18enne studentessa di fotografia che scopre di poter riavvolgere il tempo mentre la sua accademia, in Oregon, si riempie di ragazze scomparse, aristocratici un po’ troppo loschi e poliziotti ossessionati dal controllo.

“Life Is Strange” non solo è un ottimo esempio di come il gioco possa trattare argomenti più seri del salvataggio di una principessa, nella fattispecie tratteggiando un racconto di formazione incentrato sull’amicizia e la scoperta di sé nell’adolescenza.

Diviso in capitoli pubblicati separatamente per limiti di budget, il gioco ha saputo fare leva sulla ritualità tipica dei racconti seriali e alimentare l’attesa e la presa sul pubblico. Una sorta di romanzo d’appendice dei nostri tempi. In odore di Bafta e con una colonna sonora firmata (fra gli altri da Mogwai, Alt J e José Gonzáles), oggi “Life Is Strage” è disponibile per intero e, a gennaio, anche in edizione fisica.

 

 

 

4)     Invisible Inc. (Klei Entertainment. Per Windows, OS X, Linux, Playstation 4)

 

 

Con un’eleganza superba – che omaggia il retrofuturismo, così come le atmosfere noir che pervadono certi fumetti di Frank Miller -, il gioco dei canadesi Klei Entertainment è la risposta indie a chi ami le suggestioni stealth rese celebri dalla saga “Metal Gear”.

Gioco tattico a turni, cala l’utente in un distopico 2074 e nei panni di un operatore remoto di un’agenzia privata di intelligence. Fra agenti segreti sotto copertura ed organizzazioni corporative malintenzionate, occorre controllare le proprie spie – reclutandone anche di nuove con abilità particolari durante le missioni – per raggiungere obbiettivi a tempo.

Profondo – anche nel mondo narrativo ipotizzato -, complesso e decisamente ben realizzato, “Invisible Inc.” è stato candidato al Sauman McNelly Grand Prize, il riconoscimento più ambito della Game Developer Conference (vinto dall’ancora inedito “Outer Wilds”). Merita ogni euro dei quasi 20 di prezzo.

 

5)     Ori & the Blind Forest (Moon Studios/Microsoft Studios. Per Windows, Xbox One)

 

 

A proposito di lacrime e poesia: “Ori & the Blind Forest” sembra uscito da quella fabbrica di meraviglie per gli occhi che è lo Studio Ghibli. La foresta del titolo è un dipinto animato capace di mescolare scenari ed epica à la Hayao Miyazaki con un gusto del cartoon più occidentale, di un Brad Bird agli inizi (“Il gigante di ferro”).

Avventura bidimensionale come se ne facevano una volta – quelli bravi chiamano il sottogenere “Metroidvania” per evocarne i capostipiti, “Metroid” e “Castlevania” – “Ori & the Blind Forest” è un connubio quasi perfetto di giocabilità, intrigo per il cervello e musica per il cuore. La cosa sorprendente è la cura con cui ogni ingrediente è dosato, tale da conferire al gioco un’immediatezza irresistibile per i palati più diversi.

Opera prima degli autonomi Moon Studios in esclusiva per il colosso di Redmond (su Steam a €19,99), racconta dell’orfano Ori, spirito guardiano del bosco piuttosto simile allo Stitch disneyano, e della sua lotta a Kuro, oscura entità alata pronta a minacciare l’equilibrio della foresta e la vita dei suoi abitanti.

Ah, è un platform difficile. Parecchio. Così com’è difficile resistere al suo incanto.

 

6)     Everybody’s Gone to the Rapture (The Chinese Room. Per Playstation 4)

 

 

The Chinese Room è lo studio britannico già autore, nel 2012, di “Dear Esther”, acclamata mod di “Half Life 2” in cui il giocatore, senza obbiettivi o ostacoli di sorta, è guidato nell’esplorazione di un’isola delle Ebridi da una voce maschile, che legge alcune lettere dedicate alla moglie defunta. Un’esperienza con pochi paragoni nel settore e un approccio al gioco quasi unico.

Così com’è quello di “Everybody’s Gone to the Rapture”, che permette di vivere l’ultima ora prima della fine del mondo attraverso gli occhi di un abitante di Yaughton, piccolo villaggio della campagna inglese.

Disabitato, ovviamente, come ogni mistero premette. E da setacciare in dettaglio, come ogni mistero impone.

 

7)     Rocket League (Psyonix Studios. Per Windows, Playstation 4)

 

 

Difficile immaginare un gioco che mescoli le regole del calcio e furiose scorribande su quattro ruote. Seguito di “Supersonic Acrobatic Rocket Powered Battle Cars”, “Rocket League” non solo realizza la fantasia, ma lo fa con un’efficacia sorprendente.

Sempre sognato di correre verso la porta spinti da motori a reazione? E di spedire la palla in rete dopo una curva su due ruote? La forza di “Rocket League” è quella di riuscire a divertire chiunque, anche chi abbia risposto «No» alle domande appena fatte.

Il calcio motorizzato dei californiani Psyonix è ben più della somma delle sue parti. Prefigura una disciplina digitale che non stupirebbe trovarsi fra quelle agonistiche più battute entro pochi anni. Non è un caso si sia già guadagnato un canale dedicato su Playstation Italian League, il portale per il gioco competitivo di Sony.

Sviluppato quasi per caso fra le scrivanie dello studio di San Diego – ai tempi alle prese con un altro progetto – e uscito in piena estate su Steam e Playstation Network (oggi costa €19,99), il suo gameplay contagioso candida “Rocket League” fra uno dei multiplayer migliori dell’anno. Forse il più coinvolgente.

 

8)                “Hotline Miami 2: Wrong Number” (Dennaton Games, Abstraction Games/Devolver Digital. Per Windows, Os X, Linux, Playstation 3, Ps4, Ps Vita, Android)

 

 

Si sarebbero potuti scegliere “Dropsy”, eccellente punta e clicca appena pubblicato su iPad, come anche “The Talos Principles”, chicca filosofico-cibernetica portata su Ps4 dopo l’uscita su Pc dell’anno scorso.

Perché a meritarsi la menzione è più l’attività tutta di Devolver Digital, sviluppatore, publisher e anche distributore cinematografico fondato 6 anni orsono ad Austin e oggi capace di indicare la nuova via del gaming indipendente.

Diventata sinonimo di scelte furbe e in equilibrio fra azzardi contenutistici e concretezza delle vendite, l’azienda di Mike Wilson, Harry Miller e Rick Stults è riuscita a trasformarsi in uno stile. Ben rappresentato dalle serie “Hotline Miami”, di cui il secondo capitolo, “Wrong Number”, rappresenta insieme un prequel e un seguito.

Estetica 16 bit, ambientazione decadente e anni ‘80, musica elettronica ossessiva e gameplay sanguinario non lasciano dubbi: anche con una maggior quantità di dialoghi rispetto al predecessore e una impostazione da film corale, non c’è traccia di catarsi nella Miami narcotica di questo shooter con visuale dall’alto (su Steam a €14,99). Men che meno vi si trovano eroi. Tutto, in “Hotline Miami 2”, è eccessivo, brutale e insensato. In una parola, sbagliato.

Difficile ragionare sulla questione in modo più ludico.

 

 

9)      Downwell” (Moppin/Developer Digital. Per Windows, iOS, Android)

 

 

«In un’adorabile serata, un ragazzo curioso», a passeggio in un parco, decide di esplorare le profondità di un pozzo lì vicino. Sapendolo infestato da mostri di ogni sorta, inevitabile indossi i suoi migliori stivali mitragliatore e inizi una lunga discesa alla ricerca dei tanti tesori nascosti.

Non fa una grinza; sempre vi chiamiate Sam Raimi, o siate lo sviluppatore di videogame indie Moppin, pseudonimo dell’autore Ojiro Fumoto.

Con una grafica d’antan, tre colori e due dimensioni, “Downwell” è essenziale come il suo gameplay e lineare come il suo incedere a scorrimento verticale, elementi che lo rendono uno shooter perfetto per i device portatili, di quelli in cui contano la prontezza di riflessi e la coordinazione di dita rapide.

Il gioco è bizzarro come solo il connubio fra Moppin e il suo publisher indie-punk texano, Devolver, possono far intendere.

In precedenza studente di canto lirico alla Tokyo University of the Arts, Fumoto abbandona la musica a febbraio del 2014 per dedicarsi al game design. Decide di interpretare alla lettera la provocazione di un guru del gioco indipendente, Rami Ismail, e il di lui consiglio di produrre un titolo alla settimana, sì da imparare dai propri fallimenti senza pensarci troppo.

Concepito come il suo tredicesimo prototipo e addirittura notato dal “Guardian” via Twitter, “Downwell” si è distinto dai precedenti tentativi di Fumoto piazzandosi tra i candidati al titolo di “Miglior gioco portatile dell’anno” ai Game Awards di Los Angeles. Disponibile per meno di 3 euro su ogni store, era l’unico progetto indipendente in lizza.

 

 

10) Broforce (Free Lives Games/Devolver Digital. Per Windows, OS X, Linux, Playstation 4).

 

 

 

Quando ogni minaccia concepita da mente umana, dai cyborg agli alieni, dai kamikaze al diavolo, insidia gli Stati Uniti, questi non possono che rispondere con il meglio a disposizione: John Rambo, John McCLane, Chuck Norris, Ellen Ripley, Mr.T e pure Conan il barbaro, nei loro alter ego digitali affrontano come un sol uomo il Vietnam, i facehugger di “Aliens” e se necessario Satana in persona, in un tripudio di muscoli guizzanti, piombo fuso, scenari da radere al suolo e bandiere a stelle-e-strisce come nemmeno il 4 luglio: “Broforce” sembra un abbecedario di machismo reaganiano in pixel art.

E così è. Solo che filtra tutto attraverso un registro parodistico in grado di trasformare il run & gun a scorrimento orizzontale degli indipendenti Free Lives, piccolo studio sudafricano, in uno degli esempi migliori di come il videogame possa riflettere su se stesso e insieme divertire. E divertire parecchio.

L’attenta gestione dell’accesso anticipato su Steam dimostra peraltro come un’idea nata durante una game jam e uno sviluppo sensibile alle reazioni online possano avere un ruolo importante nel generare successi imprevisti. E arrivare addirittura alla produzione di una parodia, “The Expendabros”, utilizzata per supportare il film cui si riferisce, “The Expendables 3”.