Anche se non siete esperti di fisco, potete fare un esperimento: andate su Twitter o su Facebook di prima mattina – tra le 7 e le 8 – e guardate quanti professionisti commentano le ultime novità dell’agenzia delle Entrate, scambiandosi opinioni e articoli del Sole-24 Ore e delle altre testate specializzate, cartacee e online. Poi ripetete la ricerca in altri orari del giorno e scoprirete un mondo, anzi una community.
Attenzione, però. Come spesso accade alle frontiere dell’innovazione, il rischio è quello di confondere le avanguardie con il grosso della truppa. Detto diversamente, il fatto che alcuni commercialisti siano molto attivi sui social network non restituisce necessariamente un’immagine fedele della categoria. Ecco perché sono interessanti ricerche come quella presentata in queste pagine, condotta da Pragma per conto di «Registro.it» su 300 studi professionali di taglia medio-piccola. Un campione distribuito su tutto il territorio nazionale, composto per il 24% da studi associati, con un’età media del titolare di 47 anni e un’epoca di fondazione compresa per lo più tra il 1980 e il 2000.
Il primo dato sorprendente è che solo il 46% degli studi intervistati possiede un dominio. Gli altri ne fanno a meno, e se gli si chiede il motivo dicono che non serve (66% dei casi), non ci hanno mai pensato (18%) o che usano un indirizzo email gratuito (8%). Una risposta, quest’ultima, che rivela come il dominio internet sia spesso usato solo per avere la posta elettronica personalizzata. Tant’è vero che il 32% di chi ha un «.it» non ne ha curato la scelta in prima persona. Lo conferma la risposta a un’altra domanda, quella sulla funzione del dominio: solo il 19% del campione lo usa per avere maggiore visibilità, il 16% per pubblicare notizie e approfondimenti e appena il 12% per attività di comunicazione e pubblicità. E i servizi online offerti ai clienti? Qui il dato si ferma a un misero 4 per cento. E sì che il sistema fiscale italiano – a detta delle principali rilevazioni internazionali, Doing business in testa – è uno dei più informatizzati al mondo e costringe gli operatori professionali a dialogare continuamente via internet con l’amministrazione finanziaria (si veda anche l’articolo in basso).
L’impressione, insomma, è quella di una categoria in cui molti professionisti – a torto o a ragione – non vedono ancora nelle nuove tecnologie una leva di crescita del proprio business. Le usano tutti i giorni, ma le sfruttano più come interfaccia con il fisco che come strumento di dialogo e promozione con i clienti.
Proprio questa asimmetria nel ricorso alle nuove tecnologie aiuta a spiegare come sia possibile che il 74% degli studi consideri il proprio livello di digitalizzazione abbastanza avanzato (e il 7% addirittura molto avanzato) pur utilizzandolo poco nei rapporti con la clientela. Allo stesso modo, non deve sorprendere che quasi nove professionisti su dieci vedano nell’online un fattore qualificante della propria capacità di stare sul mercato: è fuor di dubbio che chi non sa gestire i rapporti digitali con il fisco oggi non può – letteralmente – lavorare. Ma da qui a sfruttare tutto il potenziale di internet ce ne passa.
Ad esempio, solo un quarto degli intervistati invia regolarmente una newsletter ai propri clienti per tenerli informati delle ultime novità normative o commerciali, e nella stragrande maggioranza dei casi lo fa in modo artigianale, utilizzando il programma di posta elettronica; i provider esterni entrano in gioco solo nell’8% dei casi. E i social media? Facebook pare il più usato, ma sta sotto il 10 per cento. I forum online non vanno oltre il 2%, mentre Linkedin, Twitter e i blog si fermano tutti all’1 per cento. Eccola, la rumorosa ma ristretta avanguardia degli innovatori che sceglie di investire – soprattutto in termini di tempo – nella cura delle relazioni digitali.
D’altra parte – come in ogni processo comunicativo – va considerata anche la controparte. E qui si scopre che, per gli studi interpellati, quasi i tre quarti della clientela è costituita da microimprese che non sempre dialogano usando l’email. Anzi, il 23% degli intervistati afferma che solo «alcune» delle microimprese usano la posta elettronica, e c’è anche un 7% che dice «poche» e un 5% che risponde «nessuna». Il che rimanda all’immagine tradizionale dell’imprenditore che, di tanto in tanto, si presenta dal proprio commercialista con la cartellina delle fatture emesse o con i giustificativi delle spese.
Probabilmente, si spiega così il fatto che otto studi su dieci ritengano di avere un livello di digitalizzazione in linea con le richieste dei propri clienti e il 16% addirittura superiore. Basta pensare alla soddisfazione con cui è stata accolta dai contribuenti italiani l’eliminazione – decisa con la conversione in legge del decreto fiscale – dell’obbligo di pagare con modello F24 telematico le imposte oltre i 1.000 euro. Un vincolo introdotto dal 1° ottobre del 2014 e mai completamente digerito dagli italiani, affezionati alla possibilità di pagare allo sportello bancario con il contante o con l’addebito sul conto corrente.
Se mai, si potrebbe riflettere sul fatto che spesso – in economia – è l’offerta che crea la domanda. E, quindi, se non si propongono ai propri clienti nuovi servizi è difficile che questi li chiedano. Qualche spiraglio di crescita potrebbe arrivare da quel 13% di studi che pensa di aumentare gli investimenti nel digitale nel 2017, visto che al momento i tre quarti del campione dedicano ancora all’innovazione tecnologica una parte minoritaria del proprio budget (meno del 25% degli stanziamenti). Ma per il grosso della truppa la strada sembra ancora lunga.