Innovazione, Usa chiama Italia. Perché da noi non basta avere l’idea vincente, ma occorre creare un ecosistema che deve partire dall’alto, consentendo di superare i limiti oggettivi che esistono per favorire lo sviluppo di startup innovative anche nel nostro Paese. Ne è convinto Federico Faggin, uno dei più noti ricercatori della Silicon Valley, protagonista delle principali rivoluzioni nell’Information and Communication Technology, che ieri dal Festival della Scienza di Genova ha spiegato come l’ecosistema di innovazione della Bay Area di San Francisco, fatto di grandi università, ricerca, aziende high tech, investitori, propensione al rischio e all’impresa sia basilare per far decollare le idee. Insieme a lui, a parlare di questa complessa tematica cruciale per il futuro, c’erano Ruggero Frezza che ha confrontato l’ecosistema dell’innovazione italiano con quello della Bay Area e  Salvatore Mascia, startupper di nuova generazione localizzato nella East Coast degli Stati Uniti, premiato dalla Farnesina nel 2017, che ha raccontato l’esperienza di un giovane imprenditore che ha creato un ponte tra ricerca scientifica e impresa, e tra Italia e Stati Uniti.

“La formula per una startup di successo è abbastanza precisa, ma se mancano alcuni elementi non può funzionare – è il parere di Faggin. L’elemento chiave che differenzia l’Italia dagli Usa, e in particolare dalla Silicon Valley, è la disponibilità di risorse economiche a fondo perduto e il supporto che può venire, anche durante il percorso di crescita e una volta verificata la fattibilità del progetto, dai cosiddetti “Angels Investors”, enti o persone singole, che aiutano la startup a partire offrendo anche consigli e competenza”.

Limitare tutto a una questione di soldi, comunque, può essere riduttivo. A vincere debbono essere sempre l’idea di valore e il rapporto con un network, in primis di tipo universitario, che favorisca l’interazione con il mondo e la crescita. All’inizio, in ogni caso, occorre coagulare dietro al progetto di un prodotto o di una tecnologia un gruppo di menti qualificate che consentano di giungere almeno alla “bozza” intellettuale di un prototipo.

“Poi occorre passare alla verifica della fattibilità, che va testata non solo a livello concettuale e in questo gli incubatori e le università rappresentano elementi chiave – fa sapere Faggin -. Negli Usa l’interazione tra industria e università è ottimale, in Italia sta progressivamente migliorando e questo è un dato importante. A questo punto, però occorre un ulteriore sforzo finanziario: proprio questo è il ruolo degli Angels Investors, persone facoltose che offrono finanziamenti e consigli ricevendo in cambio la prospettiva economica di uno sviluppo futuro. In Italia questo tipo di finanziamento è ancora limitata, mentre nella Silicon Valley il 50% delle startup riceve sostegni di questo tipo. Si tratta di un fattore fondamentale per arrivare sul mercato”.

In questo senso un consiglio che Faggin offre è quello di pensare in grande, rilevando che in Italia questa possibilità è estremamente ridotta. Quando si parte con un’idea che ha dimostrato la fattibilità e deve arrivare a “sfondare” nella Silicon Valley si pensa a un mercato globale, mentre in Italia la visione è spesso più limitata. “Si punta su un possibile impiego in chiave geograficamente inferiore e questo porta a ragionare in termini di mercato “piccolo” e di investimenti quindi ridotti – commenta Faggin -. In Italia si fa fatica, mentre nella Silicon Valley si arriva a investimenti che vanno da 20 a 150 milioni di dollari, proprio perché il prodotto deve avere già in partenza l’opportunità di diventare realtà in tutto il mondo”.

Il monito finale di Faggin punta soprattutto a un vero e proprio “cambio culturale” per l’Italia nel complesso mondo delle startup. “Bisogna fare in modo che il campo non sia in pendenza (in senso negativo) perché oltre alla buona volontà occorrono anche nuove regole del gioco per competere su scala internazionale – conclude -. Bisogna che le forze del Paese comprendano che l’innovazione è una forma di creazione di ricchezza e un valore importante e che diano la possibilità di far sì che le idee vengano strutturate e implementate al meglio. Questo aspetto va visto anche in chiave fiscale: occorrono sistemi snelli che facilitino il decollo delle startup, come già esistono negli Usa”.