Dai diari di carta alle app: è questo, anche, il percorso che ha fatto la medicina narrativa e, in parte, la ragione della sua attuale fase felice. Perché se prendere in mano una penna e scrivere non è mai stato un gesto familiare a tutti, così come può non esserlo l’utilizzo di un computer, quando si tratta di smartphone diventa tutto più semplice. E soprattutto perché chi lavora nel campo della messa a punto degli strumenti informatici adatti – vere e proprie startup dedicate – ha imparato dai fallimenti del passato.

Spiega in merito Roberto Ascione, Ceo di Healthware, una company attiva da una ventina d’anni nell’ambito della digitalizzazione della salute, tra i relatori dell’incontro: “I primi programmi e anche le prime app erano farraginose, complicate e in definitiva respingenti. Poi si è capito che se tutte le altre app avevano successo, non era solo perché non trattavano di una malattia: era perché lavoravano secondo regole di marketing ben precise e di dimostrata efficacia. E che il settore della salute avrebbe potuto (e dovuto) avvalersi delle stesse regole almeno a livello di base. Da qui a progettare app che fossero user-friendly, che puntassero molto sul coinvolgimento attivo e costante dell’utilizzatore, che sfruttassero i meccanismi dei giochi con tanto di ricompense simboliche, il passo è stato breve, e ha portato a strumenti in alcuni casi diffusi in tutto il mondo e passate dalle startup che le hanno create a colossi della farmaceutica mondiale, che le hanno acquistate”.

Per spiegare meglio come sono fatte le app vincenti, Ascione cita alcuni esempi, il più importante dei quali è forse quello delle numerose app che hanno preso di mira il diabete, malattia che colpisce già oggi milioni di persone nel mondo. “La malattia – spiega l’esperto – prevede continui controlli quotidiani della glicemia e di altri parametri e il rispetto di regole su dieta e stile di vita, ed è dimostrato che tanto maggiore è l’accuratezza di entrambi questi fattori, tanto migliore è l’andamento della stessa. Per questo si è cercato di usare linguaggi che aiutassero i diabetici nelle loro complicate giornate, e si è arrivati, per esempio, a One Drop, studiata da diabetici per diabetici. Il suo scopo è migliorare la gestione della malattia da parte di ciascun malato, prima ancora che dei medici, anche attraverso la partecipazione a una community che, rifacendosi ai principi della condivisione, fa sentire il paziente sempre in connessione con chi sta vivendo gli stessi momenti, e grazie a un blog nel quale la narrazione è libera, e a infografiche molto eleganti e chiare. Analogamente è stata messa a punto mySugr, che punta molto sul gioco e che infatti è usata molto dai bambini diabetici”.

Tra le app dedicate alle altre patologie e condizioni, Ascione cita poi Amicomed, che aiuta i malati nella gestione dell’ipertensione, che richiede anch’essa un’attenzione costante e quotidiana allo stile di vita; in questo caso la app aiuta a scegliere cosa mangiare, ricorda di fare attività fisica e fornisce anch’essa la possibilità di condividere le esperienze sempre tramite un blog, e poi FightTheStroke, per chi ha superato un ictus, ma deve  fare i conti con le sue conseguenze fisiche e psicologiche, spesso drammatiche e rese più accettabili se condivise con altri pazienti, e poi Psious, dedicata alle malattie mentali, sovente molto difficili da raccontare o, ancora, Super Poteri, che permette ai pazienti più piccoli di parlare (cioè fare domande, ma anche condividere il proprio vissuto) anche quando si tratta di momenti non drammatici come una visita dentistica: fumetti e personaggi virtuali aiutano molto i bambini a vivere meglio la medicina.

“Tutte queste app – commenta infine Ascione  – interpretano lo story telling in senso più ampio, comprendendo anche il coinvolgimento attivo del paziente nella gestione della malattia, e sono ormai elementi del vissuto quotidiano di moltissimi pazienti. Ciò significa che stanno diventando sempre più parte integrante dei percorsi di cura e in generale dell’esperienza della malattia, come dimostrano diversi studi. E spiega perché nel 2017 gli investimenti in (centinaia di) startup dedicate siano stati, nel mondo, pari a 11,5 miliardi di dollari, e perché anche i gestori pubblici e privati si stiamo adeguando. Sono insomma la parte più visibile di una trasformazione radicale del modo di intendere e vivere la salute e la malattia”.