La legge di Bilancio 2018 contiene il seme abilitante della rivoluzione più potente – e meno conosciuta- del 5G. Ossia la possibilità per i gestori di un servizio (video, automobilistico, smart grid, di telemedicina, per esempio) di controllare la rete senza possederla. E persino determinarne la qualità a proprio piacimento. Laddove finora, nella storia di internet, è sempre stata la qualità della rete a determinare quella del servizio, con il 5G sarà possibile l’inverso: una rivoluzione copernicana che permetterà i servizi di nuova generazione.

La legge di Bilancio infatti, nell’indicare – com’è noto – le frequenze per la futura asta 5G introduce un concetto innovativo. «Trasforma i diritti d’uso sulle frequenze in diritti d’uso della capacità trasmissiva», spiega Antonio Sassano, docente alla Sapienza di Roma e presidente della Fondazione Ugo Bordoni (braccio tecnico del ministero dello Sviluppo economico). Il vecchio concetto di diritti d’uso sulle frequenze era il diritto a costruire una rete con quelle frequenze. Adesso è invece il diritto a disporre di una porzione della capacità di trasmettere, senza bisogno di controllare la rete fisica che la produce. Il 5G permetterà insomma di godere della capacità di una rete senza possederla. Fin qui sembrerebbe qualcosa di poco innovativo, poiché è la stessa filosofia del cloud e degli operatori mobili virtuali. Ma i fornitori di servizi 5G potranno fare tutto questo anche senza avere lo stato di “operatori virtuali”; inoltre – innovazione ulteriore – potranno controllare e gestire le caratteristiche tecniche della rete sulla base delle proprie esigenze di qualità del servizio.

È proprio quest’ultimo il concetto davvero rivoluzionario del 5G, secondo Sassano: «Nella quinta generazione è il servizio (e la sua qualità) che determina la struttura della rete». Tutto questo perché le tecnologie del 5G permettono di fare la rete a fette (slicing). Ogni fetta (slice) è una rete virtuale che il fornitore del servizio potrà controllare a proprio piacimento. Una banca, una compagnia elettrica, un produttore di contenuti video, un fornitore di servizi per auto connesse o autonome, un ospedale potranno godere della qualità di rete congeniale alle proprie esigenze, in termini di velocità, latenza, priorità.

Una questione che si apre ora è chi rivestirà i panni dell’”affettatore della rete”. Chi comporrà le slice e le coordinerà. Secondo Sassano, è la nuova questione cardine della neutralità della rete. L’affettatore deve essere neutrale verso il servizio e può essere un problema se è anch’esso fornitore di alcuni dei servizi (e quindi gestore della qualità delle relative fette) presenti sulla stessa rete.

Altri – come Maurizio Dècina, decano delle telecomunicazioni in Italia (presidente di Infratel e docente emerito del Politecnico di Milano) – ritengono invece che debba essere l’operatore di rete a svolgere anche la funzione di slicer (come ha affermato durante il recente Stati Generali delle Telecomunicazioni, del Corcom).

Comunque sia, la Legge di Bilancio ha alzato una palla che ora sta ai diversi soggetti interessati – e al regolatore – raccogliere. L’ultima legislatura ha avuto il merito di tenere le leggi al passo con le innovazioni richieste dal 5G. L’Europa chiedeva di sperimentare tecnologia e applicazioni del 5G in una città italiana entro il 2020; il Governo italiano ne ha avviate in cinque città. A riguardo, l’ultima novità è l’annuncio di Vodafone di coprire l’80% di Milano entro il 2018 e il 100% entro il 2019, anche se il lancio dei primi servizi al pubblico – come confermano dal ministero – probabilmente sarà non prima del 2020 nelle principali città (e nel 2022 nelle altre).

 «Nella Legge di Bilancio 2018 e in anticipo rispetto ai principali Paesi Europei, l’Italia ha deciso di mettere a disposizione del mercato non solo le frequenze 700MHz ma anche 200 MHz di spettro della banda 3.6-3.8 e 1GHz di spettro nella banda 26.5-27.5 GHz. Siamo il primo grande paese europeo a mettere a gara le frequenze millimetriche, la vera novità spettrale del 5G», aggiunge Sassano.

Una corsa delle istituzioni per provare a recuperare gli handicap storici dell’Italia, che rischiano – ancora – di minare il futuro dell’innovazione. Ossia la presenza schiacciante, nello spettro, delle emittenti tv e l’assenza di una rete via cavo. Il primo rende complicata la partita della liberazione delle frequenze per il mobile e il secondo ci ha fatto partire in ritardo sulla copertura banda ultra larga fissa, che pure è necessaria per il 5G (ne è la spina dorsale).

Su entrambe le partite, grazie alle carte giocate negli ultimi anni, abbiamo le possibilità di emergere vincitori. Ma è un filo sottile, quello su cui stiamo camminando. Facile perdere terreno, quando gli altri Paesi corrono.

Bisogna sperare che la nuova legislatura continui a spingere sull’innovazione, credendola necessaria per la competitività Paese.

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