Perdita del controllo dei dati personali, pubblicità invasiva, manipolazione delle emozioni. Mai come in questo momento i colossi del social web sono messi in discussione dai media, dall’opinione pubblica e dagli utenti. Cancellare o abbandonare il proprio profilo Facebook o Twitter è teoricamente possibile, ma non facile. Trasferire tutti i propri contenuti e, soprattutto convincere la propria rete di contatti a cambiare destinazione, è un lavoro non da poco. Eppure le alternative esistono e un gruppo motivato di utenti sta sperimentando nuovi strumenti collaborativi, open source, decentralizzati, con la novità di essere controllati dal basso.

A pochi mesi dalla nascita il Twitter federato e aperto, Mastodon, continua a crescere (quasi un milione di utenti attivi), capitalizzando sui punti deboli del sito dell’uccellino: mancanza di strumenti efficaci per limitare la violenza e le aggressioni verbali, nuove regole della privacy con un maggiore tracciamento degli utenti e il dibattito intorno all’uso da parte di Donald Trump. Mastodon è stato capace di attrarre sviluppatori, attivisti e appassionati di nicchie di vario genere (fumetti giapponesi, gatti, disegno artistico), insieme a molti curiosi early adopter. Tra questi il mobimento #BuyTwitter, salito all’onore delle cronache per il tentativo, fallito, di proporre all’assemblea di Twitter la conversione in una cooperativa sociale. Se il voto a favore si è fermato al 4% del capitale, il movimento non si è scoraggiato e in attesa di riprovarci l’anno prossimo, ha creato social.coop, un’istanza nella federazione di Mastodon pensata per raccogliere le conversazioni intorno al tema delle piattaforme social gestire e controllate dagli utenti. Per il momento gli iscritti sono invitati a contribuire alle spese con una donazione periodica attraverso la piattaforma OpenCollective, ma l’obiettivo finale è creare una vera società cooperativa. La partecipazione è ancora limitata (circa 300 utenti), ma il dibattito e l’interesse crescono di giorno in giorno.

La differenza tra Mastodon, Minds (altra piattaforma di social networking open source) e le generazioni precedenti di social network alternativi, quali Diaspora o Ello, è l’aumento della consapevolezza dell’utente medio rispetto a temi come il controllo dei dati personali, la privacy, la sorveglianza dei governi e il tracciamento della pubblicità. Più i colossi del social networking favoriranno gli interessi di azionisti e inserzionisti pubblicitari, più gli utenti cercheranno rifugio in piattaforme collaborative alternative, dove sentirsi meno sfruttati e meno controllati, più in controllo dei propri dati.

Un’altra differenza sostanziale rispetto al recente passato è l’emergere di strumenti per gestire lo sviluppo delle piattaforme e supportare l’economia delle stesse. Github è diventata la piattaforma di riferimento per pubblicare il codice dei servizi open source, dove si raccolgono gli sviluppatori di tutto il mondo. Segnalare un bug, richiedere una funzione in più, collaborare a distanza a un progetto che si vuole sostenere diventa quindi più facile. Tra gli strumenti collaborativi, Loomio consente di organizzare le attività di un gruppo di lavoro in remoto, discutendo e votando proposte, replicando un modello assembleare, sperimentato dalla stessa azienda che lo ha creato, con un modello cooperativo.

Sul piano finanziario, Patreon e OpenCollective raccolgono nuovi consensi e denari, consentendo agli utenti di supportare gli autori di contenuti e i servizi di cui si servono, con una donazione mensile automatica. OpenCollective consente persino di gestire il bilancio di una organizzazione, votando l’allocazione delle risorse e la validazione delle spese sostenute. Le piattaforme più originali sono così in condizione di attrarre talenti e risorse economiche, per svilupparsi naturalmente dal basso, senza la necessità di intercettare capitali di rischio o soci con obiettivi di altro genere.