Sempre più ristretta, rinchiusa di fatto in stanze virtuali a numero chiuso, circoscritta ad un numero esiguo di contatti. La sorpresa di questo 2017 sta in una comunicazione sincrona che vive un’esplosione sulle piattaforme di instant messagging, rimbalzando in chat condivise da gruppi ristretti di utenti. Oggi di fatto su WhatsApp, Facebook Messenger, Skype, Telegram o Viber si dialoga con uno o più utenti, ci si scambiano informazioni testuali o multimediali, ci si confronta, si fanno persino acquisti (e lo si faranno sempre di più in futuro). «L’uso delle applicazioni di messaggistica istantanea è diventato una consuetudine per gli italiani. Le chat moderne hanno sostituito gli sms, poveri di funzioni, aggiungendo al testo immagini, video, audio ed emoticon», precisa Vincenzo Cosenza, esperto di strategie sui social media.

Di fatto si tratta di una comunicazione che riscrive le regole del confronto all’interno di queste chat pervasive, immediate, trasversali come utilizzo in tutte le fasce anagrafiche. Piattaforme che costringono utenti e brand a rivedere relazioni e processi di acquisto. Perché tutto passa per queste nuove conversazioni istantanee. «Dai colossi social l’instant messagging ha mutuato il linguaggio, lo stile, l’utilizzo degli emoticon, ma ci ha aggiunto la possibilità di condividere con un gruppo ristretto», precisa Cosenza, che ha pubblicato pochi giorni fa su Vincos.it una ricerca dedicata alla crescita e all’impatto dell’instant messagging in Italia, rielaborando dati da più fonti.

Meno siamo e meglio stiamo, si potrebbe dire parafrasando una nota trasmissione di Renzo Arbore di una decina di anni fa. Perché se da un lato crescono le formule di social storytelling anche per gli utenti – dalla camera company Snapchat sono state mutuate le Stories – dall’altra cresce la comunicazione via chat più intima, più personale, più immediata, meno condivisa su piazze virtuali ormai troppo allargate. E poi c’è l’elemento di alfabetizzazione digitale per le generazione dei silver user, ovvero gli utenti dai capelli d’argento, la fascia anagrafica più matura. «La rete sta invecchiando e alcuni di questi nuovi servizi rendono più semplice l’accessibilità a persone che non avrebbero utilizzato la tecnologia. Di fatto la curva di apprendimento di WhatsApp è bassa e quindi queste chat tendono ad includere più che ad escludere», precisa Cosenza.

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La messaggistica di casa Zuckerberg

Anche sull’instant messagging si impongono le piattaforme di Mark Zuckerberg. WhatsApp d’altronde cresce più di tutti, con un utilizzo pervasivo e costante: in Italia si parla addirittura di una media di 11 ore e 30 minuti per ogni utente ogni mese. «Peraltro WhatsApp intercetta l’interessa di persone che spesso non sono sui social perché non amano le varie complicazioni che ne comportano e sono attratti dall’estrema semplicità di utilizzo. Parliamo di una età anagrafica anche elevata, nonostante il segmento 15-24 anni sia quello più presente, stando ai dati demografici emersi dalla survey Blogmeter».

Per Cosenza la crescita esponenziale di WhatsApp in Italia potrebbe nel tempo arrivare a superare Facebook nel suo complesso come social network: oggi i dati ufficiali raccontano come circa 30 milioni di utenti siano sul social blu, mentre 22 milioni dialogano sulla chat acquisita sempre dal colosso di Menlo Park nel 2014. A livello mondiale i numeri di WhatsApp si attestano a 1,2 miliardi di utenti attivi al mese, in crescita del +19% rispetto allo scorso anno.

In seconda posizione si inserisce Facebook Messenger, oggi adottato da 15 milioni di italiani al mese (nel mondo siamo a 1,2 miliardi di utenti), con una crescita del +25% rispetto al 2016. «Si tratta di una base utenti meno numerosa perché inizialmente imponeva l’iscrizione a Facebook. Viene utilizzato per comunicazioni brevi intrapersonali e non per lunghe discussioni in gruppo», precisa Cosenza. Oggi gli heavy user, ovvero i frequentatori assidui, sono soprattutto quelli appartenenti alla fascia dei 25-44enni, con un tempo di utilizzo mensile per persona di 1 ora al mese. Ed è notizia di pochi giorni fa la virata di Messenger verso i brand, con la possibilità di mostrare le pubblicità all’interno del servizio.

Skype, Telegram, Viber

Al terzo posto si inserisce Skype con i suoi 8 milioni di utilizzatori italiani, ma in decrescita del -16% (mentre nel mondo ha 300 milioni di utenti mensili). Gli heavy users dell’applicazione lanciata nel 2003 e poi acquisita da Microsoft nel 2011 sono nella fascia 25-44 anni e l’uso per persona si ferma a un’ora al mese. «Di fatto il servizio in questi anni ha fatto fatica a rinnovarsi. Skype ha avuto successo tra i consumatori e le aziende per la qualità delle chiamate, ma il suo utilizzo è meno immediato delle app di instant messaging, con un processo di iscrizione più complesso», afferma Cosenza.

A sorpresa, al quarto posto si posiziona Telegram, adottato da 3,5 milioni di italiani, in crescita del +150% rispetto allo scorso anno (nel mondo gli utilizzatori sono oltre 100 milioni). L’utenza più attiva è quella dei 15-24enni, che lo usano per le sue caratteristiche di segretezza fino ad un’attività media di 2 ore e 30 minuti a persona. «È il social nato in sordina senza sforzo di marketing ed è riuscito a conquistare una nicchia di utenti attenti alla privacy, essendo stato il primo ad introdurre una criptatura end-to-end e i bot che automatizzano il delivery dei messaggi».

C’è poi da segnalare una chat che in Italia aggrega una community molto strutturata: è il caso di WeChat, scelta da 280mila italiani con ben sei ore al mese di utilizzo, probabilmente soprattutto per l’uso massivo della comunità cinese in Italia. «Questa piattaforma in Cina è all’avanguardia. D’altronde viene adottata sul fronte social commerce, in tutte le fasi della catena degli acquisti».

Il lato oscuro dell’instant messagging

Dalle conversazioni agli acquisti. Ciò che si registra su queste piattaforme sono comunicazioni che di fatto sfuggono ai tracciamenti digitali. E che quindi non riescono ad essere intercettate dai brand. Si tratta del lato oscuro dei social: così questo fenomeno è stato apostrofato dall’agenzia RadiumOne in un report intitolato per l’appunto “The dark side of mobile sharing”. L’istantanea è stata scattata nel 2016 e descrive una portata rilevante: azioni che accadono nel buio sociale, tra posta elettronica e messaggistica istantanea. «Negli ultimi diciotto mesi queste azioni nascoste sono passate dal 69% al 84% a livello globale, numeri che si assottigliano (di poco, però) sul mercato europeo attestandosi all’80%: in ogni caso non sono più ignorabili. Basti solo pensare che le agenzie di comunicazione e marketing che operano per i brand investono mediamente oltre 1 miliardo di dollari al mese per valorizzare contenuti», argomentano gli analisti digitali.

Di fatto è il segno che le persone si aggregano per tribù sempre più esigue e strutturate. E anche sull’instant messagging sembra palesarsi l’uso di bot e la sperimentazione di intelligenza artificiale. Ma l’uomo sarà sempre al centro di questa rivoluzione: «L’automazione anche spinta sarà sempre temperata dalla moderazione umana che fa la differenza», precisa Cosenza.