Una sentenza ha creato un intero mercato, un settore del terziario avanzato legato al digitale il cui valore stimato in Europa arriva sfiorare i due miliardi di euro. È il mercato della vendita di licenze software usate in ambito aziendale. «Il mercato è nato con la sentenza della Corte di Giustizia Ue»,  spiega Gabriele Faggioli, docente del Politecnico di Milano ed esperto di diritto europeo nel settore del software (attualmente è membro del gruppo di esperti della Commissione europea nominato per i contratti di cloud computing). La Corte, riunita in Grande Sezione con 13 dei suoi 28 giudici, il 3 luglio 2012 ha pubblicato la sentenza sulla causa C-128/2011 in cui ha sancito la liceità della vendita di licenze software usate.

«Da un punto di vista tecnico – dice Faggioli – la Corte ha ritenuto che chi ha acquistato la licenza di un software a tempo indeterminato la può rivendere. Questo è un elemento di straordinaria novità per il mondo del software aziendale, soprattutto in un periodo di crisi, quando decine di aziende hanno avuto flessioni di personale e si sono trovate con delle eccedenze».

Il primo effetto della sentenza è stato il fiorire di un mercato sino a pochi anni prima potenziale. Ad aprire la strada è stata una azienda tedesca fondata nel 2006, UsedSoft, entrata in causa con Oracle che il giudice tedesco a rinviato di fronte al giudice europeo. Il giudizio della Corte di Giustizia dell’Unione europea ha valore immediatamente applicabile su tutto il territorio Ue, costituendo una fonte del diritto comunitario della quale il giudice nazionale deve tenere conto nell’eventualità di altri casi simili. E qui si sono inserite un altro paio di aziende: la britannica Discount Licensing e la tedesca ReLicense, quest’ultima fondata già nel 2008.

Il mercato delle licenze usate del software aziendale, sia applicativi client che server, si è sviluppato dapprima in Germania, Austria e Svizzera, per poi espandersi in Nord Europa e adesso avvicinarsi e infine entrare anche nel nostro Paese, come spiega Corrado Farina, fresco di nomina come Territory manager di ReLicense: «Trattiamo i contratti a volume: acquistiamo per contanti le licenze dalle aziende che hanno le versioni che ovviamente ci interessano dei software Microsoft e Sap, e poi li rivendiamo a chi ne ha bisogno. Il nostro guadagno è ovviamente lo spread tra i due prezzi, a fronte dei quali ci assumiamo il rischio d’impresa, perché non facciamo da semplici mediatori, e utilizziamo la nostra esperienza di questo mercato». ReLicense si assicura che il venditore delle licenze ne abbia la piena titolarità, cioè che non ci siano contratti di Software assurance in corso, ma di licenza a ciclo pagato, e che cessino di usare il numero di licenze che stanno cedendo. Soprattutto nelle grandi aziende, con migliaia di operatori e decine di software utilizzati sia lato server che sui client aziendali la geografia è complessa e richiede esperienza: «Conosco molto bene gli aspetti pratici di questo mercato – dice Farina, 46 anni di cui otto passati in Microsoft Italia – perché li ho frequentati a lungo. In Italia siamo attivi da ottobre 2013 e la maggiore difficoltà è stata spiegare alle aziende che si tratta di una cosa perfettamente legale e che porta vantaggi economici a tutti».

Per raggiungere la certezza che i clienti abbiano capito Farina, che in questi mesi ha fatto la start-up della sede italiana di ReLicense tutto da solo, si è dovuto arrangiare: ha richiesto alla studio legale di famiglia, di cui è titolare l’avvocato Salvatore Farina, di rilasciare un parere pro veritate in cui sono spiegati due punti. Il primo è che i principi stabiliti dalla sentenza della Corte europea su richiesta del giudice tedesco sono validi anche in Italia, e il secondo è, nello specifico, il contenuto dei suddetti principi, cioè la trasferibilità del contratti di proprietà del software.

Il vantaggio nel sistema non è tanto la scontistica per chi ha bisogno di acquistare licenze software, sia perché deve coprire nuovi bisogni sia perché magari coglie l’occasione di sanare situazioni pregresse di utilizzo ad esempio dei software come Office e Windows di Microsoft che spesso sono usati in numero maggiore delle licenze effettivamente acquistate, quanto le opportunità per chi vende. «Le aziende – dice Farina – quando acquistano il software sinora lo consideravano un investimento da ammortizzare ma che non ha più valore. Sapere invece che si può rivalutare con una plusvalenza è una sorpresa molto positiva».

ReLicense acquista solo determinate versioni dei software, solitamente la 2010 o la 2013 di tutti i prodotti client e server di Microsoft. «La cosa interessante è il modo in cui si forma il valore del prodotto: ad esempio Office 2013 non piace alle aziende, che preferiscono piuttosto avere Office 2010, mentre la versione 2007, nonostante abbia caratteristiche avanzate, è molto deprezzata». Farina sorride alla domanda su quanto paghi i software venduti dalle aziende, e non risponde. Ma indica il risparmio degli acquirenti: «Su un prodotto del 2013 si risparmia il 15%, su uno del 2010 circa il 25% mentre per uno del 2007 si risparmia anche il 60%. Ci sono aziende che cercano addirittura licenze Windows XP perché hanno bisogno di installarlo su macchine industriali che non devono essere connesse a Internet e quindi non c’è il problema degli aggiornamenti di sicurezza per proteggerlo dalle vulnerabilità. Una licenza di Windows 8 si paga il 30% del prezzo rispetto al nuovo, perché è meno richiesta in ambito aziendale».

«Il problema – dice Faggioli – è che nelle argomentazioni della sentenza della Corte europea si dice che non si possono dividere le licenze: se si ha un contratto da cento postazioni, non se ne possono vendere solo una parte, ma solo rivenderla nella sua interezza». Questo, secondo il docente del Politecnico, è un punto che deve essere ben compreso dalle aziende che si occupano di questo nuovo business.

«Non è un problema – dice Farina – e anzi, ci permette di accelerare ancora di più. Stiamo stringendo una partnership con un colosso mondiale del cloud computing per occuparci dei suoi clienti che migrano dagli ambienti software tradizionali a quelli del cloud. Per farlo, potranno vendere a noi le loro licenze Microsoft e Sap. È un po’ come se un’azienda vendesse la proprietà del vecchio e costoso palazzo dove ha gli uffici e usasse la plusvalenza così accumulata per pagarsi l’affitto dei primi due o tre anni del suo nuovo palazzo uffici, molto più bello e senza costi nascosti. Non è un buon affare?».