Poche ore dal lancio di iOS 9 una decina di giorni fa e la prima categoria di app scaricate per il telefono e il tablet di Apple sono diventati gli “ad blocker”, prima sconosciuti sull’App Store. Una dozzina di app, diventate presto una trentina, che sono in realtà moduli integrati all’interno di Safari per iOS, il browser di serie dei dispositivi touch di Apple. E consentono, quando attivati, di bloccare una serie di funzionalità delle pagine web: dagli script per il tracciamento degli utenti sino ai banner pubblicitari passando per tutte le principali funzioni di potenziamento delle pagine, soprattutto in ambito Html5 e Ajax.

In questo mercato nato da zero in un giorno, più che lo spirito di servizio è il desiderio del profitto a guidare i programmatori: la quasi totalità degli ad blocker costa infatti tra i due e i cinque euro, oppure segue il modello di acquisti in-app: si scarica gratuitamente il software a funzionalità limitate che, per essere potenziate, richiedono uno o più acquisti in-app.

La lista degli ad blocker è diventata sempre più lunga, ma con alcune importanti defezioni causate da “problemi morali”. È il caso di Marco Arment, uno dei programmatori e blogger più famosi nell’ambiente Apple, che ha deciso di ritirare dall’app store dopo solo tre giorni la sua app “Peace”, realizzata in collaborazione con Ghostery, il servizio per bloccare la pubblicità e gli script indesiderati sui browser Explorer, Chrome, Safari e Firefox di tutte le piattaforme Pc, Mac e Linux.

Peace per due giorni è stata l’app più scaricata dallo store di Apple. Il punto più alto del successo professionale di un programmatore dedicato a quella piattaforma. Ma un successo dal sapore amaro. «Raggiungere questo successo – dice Marco Arment – non mi ha fatto sentire bene: una cosa che non avevo previsto ma alla quale probabilmente avrei dovuto pensare. Gli ad blocker hanno una nota a piè di pagina importante da conoscere: mentre possono portare beneficio a un sacco di persone in molti modi, fanno anche un po’ male ad altri, compresi alcuni che non se lo meritano affatto». Non raggiungono insomma l’ottimo paretiano che sta alla base di una approccio win-win al bene della rete. La mancanza “etica” degli ad blocker secondo Arment, è che distinguono solo tra bianco e nero, accessi da bloccare e da lasciare liberi, senza andare a grana fine sul contenuto dei blocchi, fermandosi alle tecnologie, che vengono usate da attori diversi per scopi diversi.

Nonostante la defezione di Arment la lista di app che fanno da ad blocker è comunque lunga e si allunga ogni giorno di più. Nova24 si è appuntata: “1Blocker” di Khanov, “Ad-Blocker for Safari” di L. Schoenmaker, “Ad Block Multi” di Roman Shevtsov, Adamant di Cory Bohon, “AdMop” di iPhonsoGmvH, ”Blockr” di Tim Poller & Arno Appenzeller, “Crystal” di Murphy Apps, “Freedom” di Zach Simone, “Hide and Seek” di Roopesh Chander, “Just Content” di Blackwater Park Studios, “Purify” di Charismatic, “Safari Blocker” di Luke Li, “Silentium” di the Selenium team e “Vivio AdBlocker” di Jan Cislinsky.

Le app non sono tutte uguali però e alle volte possono generare più problemi che non risolverli. Infatti, la funzionalità di “blocco” non è tecnicamente difficile: verificano che tutti i “pezzetti” di cui è composta una pagina web provengano da indirizzi internet accettabili e non da fornitori di pubblicità o altro. Una pagina web contiene un numero elevato di sottoelementi, alcuni visibili e altri non direttamente visibili all’utente, che vengono caricati in sequenza o in parallelo. Alcuni di questi elementi sono più “pesanti” e quindi richiedono più tempo (e connessioni più veloci), mentre altri quando vengono eseguiti all’interno del browser mettono sotto sforzo il processore (e consumano anche più energia). Buona parte dei fastidi da parte degli verso i sistemi di tracciamento, advertisting e modalità di gestione di elementi grafici delle pagine derivano proprio dalle conseguenze di questi fattori: aumento del traffico dati, dei tempi di caricamento e dei consumi della batteria per i dispositivi mobili, oltre all’appesantimento del processore. Inoltre, gli ad blocker, se non sono ben costruiti, fanno più male che bene.

Infatti il rischio è che per bloccare tutto il bloccabile, dai social widget con i bottoni di condivisione ai sistemi di commento come Disqus, dai font Internet agli script di tracciamento (usati ad esempio per mantenere i login aperti di un servizio in pagine diverse), agli analytics, sino alle pubblicità, non funzioni più niente. Si rischia di impedire il funzionamento corretto delle pagine o, addirittura, di allungare i tempi di caricamento e di appesantire il processore (aumentando quindi i consumi degli apparecchi portatili) perché la lista degli indirizzi da verificare diventa lunghissima. Esattamente il contrario dell’obiettivo iniziale.

Questa è la principale differenza tra le diverse app: la fonte degli indirizzi da bloccare. Spesso viene pubblicizzato il numero assoluto di tracker (tra i cinque e i diecimila diversi, geolocalizzabili e filtrabili con un lavoro piuttosto certosino) basandosi su database pubblici di associazioni di volontari, ma il risultato non è ottimale. Anzi, vale la strategia contraria: Ghostery, ad esempio, è forse il miglior sistema di filtraggio per desktop ed è anche quello con il database più piccolo in assoluto (poco più di duemila tracker) costantemente aggiornato non solo per aggiungere ma anche per rimuovere segnalazioni crowdsourcing errate. La filosofia è che meno sono i tracker da filtrare meglio è.

Intanto, mentre il tema rimane aperto, Marco Arment ha ritirato la sua app dallo store di Apple (rimane attiva per chi l’aveva già acquistata, ma non ci saranno più aggiornamenti) e addirittura ha autorizzato Apple a rifondere i 3 euro del prezzo a chi l’aveva acquistata. Come ha spiegato il programmatore, per essere etici bisogna essere pronti a pagarne il prezzo.