Il cloud object storage è basato sul modello Infrastructure as a Service (IaaS) e organizza i dati in oggetti, valicando i limiti imposti dai file system a blocchi. Ha una struttura che si fa carico di controllare la consistenza e la sicurezza dei file prima di archiviarli, garantendo inoltre il principio di invariabilità che rende i dati sempre disponibili, a prescindere dagli aggiornamenti dei software che li generano o che li leggono. Non da ultimo permette la governance, gestendo gli accessi ai dati e identificando l’utente o il software che li ha generati o che ne ha fatto uso, permette inoltre la creazione di condivisione trasparenti dal sistema operativo usato, garantendo l’accesso da internet fissa e mobile.

Una soluzione sempre più centrale perché IoE, Big data e Industry 4.0 fanno dei dati il nuovo oro nero e quindi un bene aziendale da proteggere e conservare. Secondo International Data Corporation (Idc), entro il 2020, i dati digitali prodotti dalle imprese raggiungeranno i 40 zettabyte (40 mila miliardi di gigabyte), una crescita a doppia cifra anno su anno che cambia le esigenze delle imprese, confrontate con la necessità di catalogare e utilizzare una mole sempre più imponente di informazioni.

Al momento attuale il panorama di provider è denso di attori europei, ciò facilita anche l’ottemperare alle disposizioni Ue sulla privacy, rese un po’ più fumose  dall’abbandono del Safe Harbor, a vantaggio del Privacy Shield. Idc prospetta un’impennata della diffusione del Cloud object storage nei prossimi 3 anni (+150%), proprio in virtù della necessità delle aziende di proteggere i dati e di renderli disponibili alle applicazioni che ne fanno uso. Lo sviluppo di tecnologie self-healing, tipiche del Cloud object storage, consentono una diagnosi e un rapido aggiustamento di eventuali anomalie, ancora una volta appannaggio della solidità dei dati, una necessità sempre più avvertita, ribattezzata in autonomic computing, in cui colossi come IBM stanno investendo ingenti risorse.

Le politiche di pricing adottate dai provider, di norma, sono di tipo Pay-per-use, sollevando le utenze da costi fissi di implementazione, uso e manutenzione.