È diventato uno scontro di culture, ma è nato come una opposizione di modelli di business. La decisione di Apple di consentire con iOS 9 la realizzazione per iPhone e iPad di ad blockers, app che aggiungono al browser di serie Safari la possibilità di bloccare le pubblicità e molte altre funzioni dei siti web, è il punto di arrivo di una diversa visione di come dovrebbe funzionare il web in mobilità e delle conseguenze che ne derivano. Per Apple, che realizza oltre agli apparecchi anche il sistema operativo e i principali servizi connessi (app e cloud) mantenendo un forte controllo sull’ecosistema di sviluppatori terze parti (tutte le app devono preventivamente essere approvate da Apple per poter essere istallate), il maggior valore deriva dal buon funzionamento dei suoi apparecchi. Perché i margini più ampi per l’azienda vengono dalla vendita di telefoni, tablet, Mac e adesso orologi: il resto sono prodotti complementari per migliorare l’esperienza (e quindi stimolare la vendita) dell’hardware. Così, dai tempi del lancio dell’iPhone quando Steve Jobs dichiarò che Flash non avrebbe mai funzionato su iOS (lasciando nella disperazione una intera generazione di professionisti che avevano sviluppato competenze molto approfondite sulla piattaforma interattiva di Adobe e di utenti che dal telefono di Cupertino non avrebbero più potuto raggiungere quei servizi web) Apple mantiene un presidio su quello che può andare o no nei suoi dispositivi mobili.

La pubblicità sugli apparecchi di Apple, hanno pensato a upertino, non è una buona cosa: genera traffico dati inutile, appesantisce le pagine, fa lavorare i processori e consuma più rapidamente le batterie, oltre a raccogliere informazioni sugli utenti stessi. Consentire agli utenti di filtrare i tracker, oltre a creare una nuova categoria di app vendibili dagli sviluppatori (sulle quali Apple guadagna il 30%), fa più contenti gli utenti e limita il valore che la concorrenza può trarre da chi usa iPhone e iPad. E l’uso dei tracker per dare più servizi agli utenti, ad esempio consentire il mantenimento delle connessioni tra pagine web diverse? Per quello, dicono da sempre a Cupertino, ci sono le app. Dall’altra parte del mercato, ma bisognerebbe dire dall’altra parte del ring, c’è Google. Il cui modello di business, e di conseguenza la visione del mondo, è all’opposto: sta tutto nella rete, il browser è il sistema operativo, tutte le tecnologie che possono potenziare l’esperienza del web sono le benvenute e comunque i soldi si fanno con la pubblicità e i servizi freemium e non vendendo l’hardware con ampi margini.  La questione è ovviamente più complessa e sfumata: Apple difende la privacy dei suoi utenti non solo per motivi di lucro (ma ci sono anche quelli) e Google non vuole venderla per motivi di lucro (anzi, cerca di offrire più servizi che funzionino meglio). Ma è certo che le due aziende nel tempo hanno cominciato a parlare due lingue sempre più diverse. Il suggerimento di Gola profonda a Bob Woodward e Carl Bernstein in “Tutti gli uomini del Presidente”, “Follow the money”, vale perciò fino a un certo punto.  La “cura dimagrante” alla quale Apple sta sottoponendo i suoi stessi prodotti e servizi è infatti necessaria per dare respiro agli apparecchi che sono sempre più potenti ma con batterie sempre meno capaci (gli iPhone 6s hanno una batteria con meno capacità della precedente generazione, ma un processore due volte più potente). In rete poi stanno nascendo anche movimenti di hipster del web, che vogliono tornare alla creazione di pagine “fatte a mano”, prive di orpelli in javascript e che non vengono assemblate automaticamente dai “soliti noti”, con template in serie. A fronte di un web “a chilometro zero”, c’è però anche il bisogno di nuove tecnologie che permettano di sfruttare appieno la Internet delle cose e le possibilità offerte dal web mobile.

Perché alla fine il punto di scontro è sulla natura della navigazione dal palmo della mano, non dalla scrivania: prospettive di sviluppo diverse figlie di una cultura della rete diversa. Qui le prospettive divergono ancor più fortemente. C’è chi, come Chris Dixon, ritiene che, a fronte di un aumento dell’uso di internet su dispositivi mobili, siamo di fronte a un “declino del web”, perché «le persone passano sempre più tempo usando le app e non il web. E questo è grave, perché il mobile e il futuro e quel che le persone fanno sul mobile diventa quello che fanno su Internet. E adesso il web sta perdendo».

Altri, invece, leggono gli stessi dati all’opposto, come John Gruber: «Dovrebbe celebrare e non lamentarci del fatto che il web si stia diversificando oltre i confini del browser e i limiti di Html, Css e Javascript. Lasciamo i siti web a fare quel che sono bravi a fare nel browser e sfruttiamo invece le app native per quel che sanno fare bene anche loro. Gli utenti vanno naturalmente verso la migliore esperienza d’uso». «Soprattutto – conclude Gruber – non dobbiamo pensare al “web” solo per le cose che stanno dentro i browser. Invece, il web è il protocollo HTTP e la open internet. Dentro ci sono anche le app connesse». Sul tema di chi raccolga il valore delle tracce lasciate dagli utenti, Gruber sfuma e così rimane aperta la questione: chi ne sa di più guadagna, ma di chi si tratta? Dei produttori degli apparecchi, dei fornitori della connessione o degli Over the top?  Internet in ogni caso resta la piattaforma di sviluppo per il web e per il mobile. Al suo interno ci possono essere forme diverse, coesistenti, di crescita a volte anche in conflitto ma sostanzialmente autonome. E l’incontro di modelli di business diversi, se sono chiare le regole fondamentali, ha come risultato il miglioramento per gli utenti e un mercato più efficiente. E magari apparecchi più performanti con pubblicità più utile ed efficace.