C’è chi nel mondo uccide animali in via d’estinzione e alimenta i network criminali e chi in Italia spara ad animali protetti quasi più per piacere che per vero e proprio interesse. Ma il risultato è lo stesso: chi fa bracconaggio distrugge ecosistemi, mette a rischio la sicurezza del nostro futuro e la nostra salute: alla fin fine “offende il senso della vita, rendendo tutti infinitamente più poveri”.

Qualunque azione “che mette a rischio il futuro della rete della vita sul pianeta, costituita da ecosistemi, specie, ricchezza genetica, habitat e processi ecologici, è un crimine di Natura”, di cui i nostri figli ci chiederanno conto. “Un patrimonio incalcolabile di natura è messo a rischio ogni giorno dalla nostra incapacità di mettere in conto il valore di quello che stiamo distruggendo: il clima, i fiumi, le foreste, le praterie, il mare, le coste, ma anche gli elefanti, i rinoceronti, le tigri, i pangolini, i lupi e le balene sono le celluel di un organismo infinitamente complesso da noi quotidianamaento aggredito”.

Non usa mezzi termini il Wwf per denunciare i danni incalcolabili di azioni come il bracconaggio e il commercio di animali in via d’estinzione che si vanno ad aggiungere all’atività umana che già mette a dura prova i limti dell’ecosistema del pianeta Terra. Per di più lo fa per meri calcoli e profitti personali o di pochi, provocando danni incalcolabili all’intero ecosistema: se un rinocerento può arrivare a valre mezzo milioni di dollari, come stima l’organizzazione ambientalista, il danno per la Terra è ben più alto.

E lo spiega bene il Wwf nel report “Bracconaggio Connection” facendo parlare i numeri. Il commercio illegale di specie selvatiche produce un business che può arrivare fino a 23 miliardi di dollari l’anno, con una crescita annua del 26% tra il 2014 e il 2016. Ma è solo una parte – poco più di un decimo – dei crimini di natura che con un valore di 213 miliardi di dollari rappresentano il quarto mercato criminale globale (dopo droga, beni contraffatti e traffico di esseri umani) con un ritmo di crescita che è tra due e tre volte quello dell’economia globale. Si tratta di “un mercato fiorente che ogni anno sottrae tra 91 e 258 miliardi di valore alle economie in via di sviluppo”.

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Sono 7mila le specie minacciate dal bracconaggio e dal commercio illegale. Se elefanti, tigri e rinoceronti sono gli animali più carismatici tra quelli vittima di questa piaga, ci sono tantissime altre specie meno conosciute, come l’anguilla europea, ormai a un passo dall’estinzione. Ogni anno vengono uccisi dai bracconieri 20mila elefanti in tutta l’Africa con la conseguenza che la popolazione di questa specie si è ridotta del 90% in un secolo, mentre in Sud Africa è stato ucciso il 70% dei rinoceronti bianchi. Il caso dei pangolini è esemplare per l’effetto del bracconaggio: ricercati per la carne, le scaglie e la pelle, si calcola che in dieci anni ne siano stati uccisi un milione tra Africa e Asia, con il risultato che oggi “il pangolino si è commercialmente estinto in Cina”. Discorso analogo vale anche per la pesca, dove l’attività illegale arriva a valere il 19% di quella monitorata.

Un altro caso emblematico dei danni del traffico illegale di specie animali è quello della tigre, animale diventato simbolo della preservazione della natura animale: dall’inizio del secolo è andato perso il 97% delle tigri selvatiche, di cui il 70% tra il 1980 e il 2010, sterminate soprattutto dai fucili e dalle trappole dei bracconieri. Secondo i calcoli dei ricercatori, per ogni tigre protetta si conservano 10.117 ettari di foresta: “Insieme alle tigri si gioca il futuro di foreste ed ecosistemi che garantiscono il benessere di milioni di persone e di tutti noi”, afferma il report.

Non c’è dubbio che la filiera del bracconaggio sia collegata “alla povertà e al bisogno di facili guadagni”, sfruttata dai criminali per soddisfare la richiesta proveniente soprattutto dalle nuove economie emergenti per risorse utilizzate nella medicina tradizionale o come beni di lusso. Su questa base si innescano “reti criminali internazionali ben organizzate e spesso dedite in parallelo ad altri  lucrativi business illegali”. Sfruttando diversi elementi, dall’utilizzo della corruzione alla connessione con il mercato delle armi, dalla debolezza delle sanzioni per i crimini contro la natura al crescente utilizzo del web che abilita il mercato nero.

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A questo fenomeno non  è estranea l’Italia, paese “ad alto tasso di illegalità e criminalità ambientale, ma al contempo il Paese in Europa con la maggiore ricchezza ambientale”. Nel 2016 in Italia sono stati identificati quasi 6mila reati, oltre un quinto dei quali contro animali e fauna selvatica. Il primato della biodiversità si traduce anche  “in un triste record a livello europeo: solo parlando di uccelli, in Italia vengono uccisi illegalmente ogni anno circa sei milioni di esemplari, soprattutto passeriformi e uccelli acquatici”. L’Ispra ha identificato sette aree di particolare intensità dell’illegalità: Prealpi lombardo-venete, Delta del Po, coste e zone umide pugliesi, coste pontino-campane, Sardegna meridionale, stretto di Messina e Sicilia occidentale. Ma i crimini si estendono anche a foreste, habitat e altre specie, in particolare i grandi carnivori.

L’Italia è al centro anche di ingenti commerci internazionali di specie a rischio, essendo anche uno dei maggiori importatori di pelli di rettili per l’industria della moda e di legnami di pregio per l’arredamento.

Il report individua quattro “aree-trappola” in Italia in cui “la concentrazione di crimini contro la natura, e nello specifico contro la fauna, è particolarmente elevata e impattante sulla biodiversità”: le valli bresciane e bergamasche sono “un buco nero per i i piccoli uccelli”, vittime di un’impressionante quantità di trappole illegali piazzate anche nei giardini della case; il Delta del Po rappresenta “un inferno per uccelli acquatici e specie d’acqua dolce”, essendo una delle più importate zone di sosta e riproduzione per gli uccelli migratori; Toscana, Marche e Romagna sono definite come “il triangolo della morte per il lupo”, animale che costituisce un reale pericolo per l’uomo e che si sta faticosamente allontanando dal baratro dell’estinzione; la Sicilia, vera e propria culla dei rapaci, che si trasforma in una trappola dal momento che sul mercato nero questi esemplari possono valere migliaia di euro, arrivando fino a 25mila euro. Anche per questo il Wwf conclude chiedendo un inasprimento delle sanzioni per l’uccisione, le catture illegali, il commercio illecito di specie protette. Arrivando all’introduzione del “delitto di uccisione di specie protetta”.

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