Non solo più convenienti, ma anche con tariffe più trasparenti, più omogenee, meno confuse. Le reti locali di banda larga che ospitano operatori con i loro servizi iniziano a fare paura ai grandi Isp, sempre più terrorizzati dall’idea che le comunità locali possano realizzare le loro reti. Insomma, la concorrenza fa bene all’utente e al mercato, ma non agli incumbent. Che anzi hanno sfruttato finora la carenza di competizione a loro beneficio con il risultato di un mercato che ha performance non all’altezza.

E’ un duro atto d’accusa quello contenuto nel nuovo studio del Berkman Klein Center for Internet and Society dell’Università di Harvard sul mercato della connessione a internet a banda larga. Dove una concorrenza insufficiente contribuisce a prezzi elevati e velocità basse, ma nel complesso produce uno dei peggiori servizi al consumo tra tutte le varie industrie statunitensi, con gli Isp che si sentono titolati a mettere in atto politiche punitive e arbitrarie con commissioni decisamente elevate. Uno dei problemi parte dal network: una rete open access, aperta ai servizi di diversi fornitori internet, favorisce infatti una maggior concorrenza che si riflette in un servizio migliore e tariffe più basse.

“Stando alle evidenze dello studio, le reti locali permettono infatti di offrire prezzi più bassi rispetto agli incumbent privati, vale a dire attori del calibro di AT&T, Comcast e Verizon. “Prendendo in considerazione i servizi entry-level – i piani più economici a partire da un servizio da almeno 25 Mbps – 23 provider su 27 a livello locale (fiber to the home) offrivano le condizioni più vantaggiose sulla base del costo medio annuo su un periodo di quattro anni, tenendo conto di apparecchiature, costi di installazione e l’effetto di offerte con tariffe iniziali più basse”, afferma il rapporto. E non di poco: i prezzi variavano tra il 2,9% e il 50% in meno rispetto allo stesso tipo di servizio offerto da Isp privati sullo stesso mercato.

Ma non è solo questione di prezzi e tariffe più convenienti: il pricing per il servizio finisce per essere decisamente più trasparenti, più omogenee e meno confuse, a tutto beneficio dell’utente finale. “Abbiamo anche verificato che quasi tutte le reti detenute da comunità locali offrono prezzi che sono chiari e fissi, mentre gli Isp privati di solito impongono una tariffa promozionale che in seguito sale nettamente, di solito dopo  dodici mesi”, afferma il rapporto. Alcuni di questi Isp hanno in corso diverse cause per l’utilizzo di commissioni nascoste che compensano i prezzi promozionali.

L’effetto della concorrenza può avere effetti vistosi: per fare un esempio AT&T ha tariffe attorno a 70 dollari al mese per banda larga in mercati dove si confronta con la concorrenza di reti locali o Isp alternativi, come Google Fiber, m arriva ad aumentarle da 40 a 60 dollari in più in mercati meno competitivi. Gli Isp hanno inoltre la pessima abitudine di proporre schemi tariffari che rendono impossibile il confronto con i concorrenti, confondendo l’utente. Basti pensare, sottolinea il rapporto, che quando la Fcc ha  investito qualcosa come 300 milioni di dollari per stilare una mappa nazionale della banda larga, ha omesso di inserire anche i dati sulle tariffe su richiesta degli incumbent.

La conclusione è ancora più rilevante se si tiene conto che i dati della Fcc indicano che due terzi delle case Usa sono raggiunti solo da un fornitore solo di banda larga e quindi non ha nessuna possibilità di scelta. Una situazione che va peggiorando, segnalano i ricercatori, dal momento che le scelta di rinunciare all’upgrading delle linee Dsl finisce per rafforzare in molte aree il monopolio degli operatori via cavo. In più alcuni incumbent hanno scelto di rispondere alla sfida con la disinformazione e le azioni legali contro quelle comunità che stanno cerando di trovare soluzioni creative per aumentare la concorrenza.

In tempi di guerra alla net neutrality, come scelto dal presidente Trump, le reti locali possono diventare una soluzione concreta per reagire