Guardo, chatto, cerco informazioni… l’esperienza museale può cambiare di segno e trovare nuovi e sodisfacenti modelli di fruizione, venendo incontro a sistemi di comunicazione marcatamente tecnologici. Di recente InvisibleStudio (Milano-Londra), grazie a un finanziamento di Fondazione Cariplo ha realizzato un chatbot per Facebook Messenger che interagisce con i visitatori di quattro case-museo milanesi (Poldi Pezzoli, Bagatti Valsecchi, Necchi Campiglio e Boschi Di Stefano). Le parole chiave di questo progetto sono “semplicità” e “inclusione”, andando ad assecondare pratiche quotidiane come l’uso di Messanger di Facebook per chattare senza bisogno di scaricare alcun software aggiuntivo, né di dovere imparare a usarlo. Con i chatbot, infatti, si chatta come con gli esseri umani, mandando loro messaggi e leggendo le loro risposte in tempo reale. Secondo Stefania Boiano, co-fondatrice di InvisibleStudio ed esperta di Human-Centered Design: “L’esperienza museale oggi è sempre più liquida, per usare un’espressione del sociologo Zygmunt Bauman. Molti visitatori, infatti, chattano durante la visita con i loro amici ed è come se fossero al tempo stesso dentro e fuori al museo. Abbiamo quindi deciso di inoculare un’esperienza culturale all’interno di questo fenomeno, sfruttando la propensione a chattare per permettere ai visitatori di approfondire la visita, aggiungendovi una modalità coinvolgente come il gaming.”

Non è certo una novità che il mondo dell’arte, a partire dalle sperimentazioni degli artisti fino ai sistemi delle gallerie dei musei, abbia intrecciato i propri destini con quelli della scienza e della tecnologia; e basta andare in questi giorni a Roma al Maxxi, al Media Art Festival per rendersi conto dell’enorme ventaglio di possibilità offerte dalle tecnologie agli artisti: dall’uso dei sistemi di riconoscimento facciale alla realtà virtuale e quella aumentata. Valentino Catricalà, curatore, studioso e direttore del festival, ne ha dato un’ampia panoramica nel suo recente volume “Media Art: Prospettive delle arti verso il XXI secolo. Storie, teorie, preservazione” (Mimesis). “Le media art – si legge – le possiamo trovare in molta arte contemporanea, in molto cinema contemporaneo, soprattutto quello ‘espanso’, nel teatro e nelle performance, nella sperimentazione musicale delle sound art, come anche in alcuni esempi nell’ambito della comunicazione: molti wall mapping, opere di sound art o simili creati per fiere o eventi commerciali coinvolgono spesso artisti e spesso aprono delle questioni estetiche difficili da tenere da parte.”

Le direzioni verso cui si stanno orientando i musei e le gallerie sembrano sempre di più essere quelle di realizzare un’esperienza aumentata della visita del museo, offrendo un sistema integrato di comunicazione tra fuori e dentro. Inoltre si abbandonano gli invadenti (e velocemente invecchiabili) tool delle visite per fare invece convergere tutte le informazioni verso i dispositivi mobili e personali. Inoltre danno risultati sempre più soddisfacenti le pratiche di storytelling, soprattutto se inserite in un contesto aperto come una piattaforma social o un’architettura interattiva. Gaming e storytelling divengono potenti motori, non solo di inclusione, ma di costruzione di ampie e condivise pratiche della partecipazione.

“Messaggio dopo messaggio – secondo Giuliano Gaia di InvisibleStudio – i visitatori vengono portati attraverso le sale alla caccia di indizi che permettono loro di affrontare un antico mago del Rinascimento (realmente esistito), il cui mistero può essere risolto solo grazie a piccole tracce nascoste nelle collezioni delle varie case-museo.” Un dialogo a indizi che premia la curiosità diventa uno stimolo all’esplorazione del museo e della città adattandosi alle pratiche, per ciascuno di noi famigliari e quotidiani, della messaggistica e dei social. E i risultati? “I primi dati sull’utilizzo del chatbot-game sono molto incoraggianti. A essere maggiormente coinvolti dal gioco sono gli adolescenti, un pubblico notoriamente difficile da raggiungere per i musei.”

Ma oltre allo storytelling e all’engagement gamificato, la tendenza ad applicare algoritmi sempre più autonomi e “intelligenti”, come i chatbot, preannuncia una svolta nella maniera di interfacciarsi a luoghi, ambienti, dispositivi, proprio come nel caso dei musei.

Al MIT di Boston in quel laboratorio di intelligenza artificiale segnato da personaggi come Marvin Minsky e David Marr, si studiano algoritmi “intelligenti” che lavorano sull’immagine: che riconoscono le immagini e le immagini nelle immagini e mettono tutto ciò a dipsozione dei futuri utenti “integrati”.

Una “svolta algoritmica” analizzata, per esempio, dal recente studio di Ed Finn “What Algorithms Want: Imagination in the Age of Computing” (MIT Press) che si sofferma in particolar modo sui sistemi intelligenti come gli algoritmi di riconoscimento di Amazon e Netflix o Siri. Una svolta algoritmica sempre più indirizzata dai software di computer vision in grado di trasformare in informazioni visive gli input di vari sensori, e dal machine learning che mette a disposizione delle macchine un’ampia autonomia decisionale. Dialogare con un chatbot… per esempio.